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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

martedì 23 agosto 2016

Salto nel buio - Joe Dante (film fantascienza)

Non mi ricordo perché mi fossi segnato Salto nel buio… né me lo spiego a posteriori: il regista non è tra i miei preferiti, gli attori principali nemmeno, né la trama aveva un qualche interesse ai miei occhi.
Ad ogni modo, sta di fatto che me lo sono visto e che ora lo recensisco.

Salto nel buio è un film del 1987 diretto da Joe Dante, un mediocre regista che nonostante la lunga carriera non è mai addivenuto a un livello qualitativo decente, e che si ricorda solo, paradossalmente, per uno dei suoi primissimi film: Gremlins.
Per il resto, nessun grande titolo, e anzi molta mediocrità.

Come in questo Salto nel buio, ahimé, film che parte da uno spunto concettualmente irragionevole (un’invenzione scientifica grazie alla quale è possibile miniaturizzare una persona all’interno di un veicolo supertecnologico il quale viene iniettato all’interno di un corpo umano… che peraltro la tecnologia in questione riesce a influenzare a livello di emozioni e reazioni fisiche… e persino a modificare a livello di volto) e in seguito ad esso mischia comicità, avventura e sentimenti.

Il problema è che tutto è davvero pacchiano e modesto, sul modello del film di intrattenimento di basso profilo.

A limitare i danni non basta peraltro un cast discreto: la bella Meg Ryan (Harry ti presento Sally, C'è posta per te, La città degli angeli), l’istrionico Dennis Quaid (Great balls of fire, Pandorum - L’universo parallelo) e il folletto Martin Short (In fuga per tre, Merlino, Alice nel paese delle meraviglie). Difatti, quando un prodotto nasce come progetto mediocre, non c’è nulla da fare, e rimarrà mediocre.

Peraltro, va sottolineato che il film in pratica costituisce la versione comica di un precedente film del 1966, intitolato Viaggio allucinante, di cui nientemeno che Isaac Asimov realizzò la trasposizione letteraria.

Insomma, le vicende del tenente Tuck Pendleton, del commesso di supermercato Jack Putter e della giornalista Lydia Maxwell non hanno toccato le mie corde e anzi mi hanno annoiato per larghi tratti (in effetti sono stato vicino a non terminarlo).
Però so che il film ha avuto un discreto gradimento, per cui avrà toccato le corde di qualcun altro, e va bene così.

Fosco Del Nero



Titolo: Salto nel buio (Innerspace).
Genere: fantascienza, commedia, comico, sentimentale.
Regista: Joe Dante.
Attori: Meg Ryan, Dennis Quaid, Martin Short, Kevin McCarthy, Fiona Lewis, Vernon Wells, Robert Picardo, John Hora, William Schallert, Wendy Schaal, Kathleen Freeman,Charles Aidman.
Anno: 1987.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 17 agosto 2016

Gran Torino - Clint Eastwood (film drammatico)

Mi sono sempre tenuto alla larga dai film di Clint Eastwood, sia come attore sia come regista, valutandoli semplicemente inutili per me, al di là poi di quanto erano ben fatti nei loro generi (ma spaziando tra western, azione e drammatico, e non amando io nessuno di questi tre generi, va da sé che c’era poco spazio).
Ho fatto un’eccezione di recente, vedendolo Gran Torino, film girato e interpretato da Clint Eastwood nel 2008.

Passo subito a raccontare per sommi capi la trama: Walt Kowalski è un uomo anziano, un americano tutto d’un pezzo. Per certi versi, anzi, l’uomo americano modello: di carattere tosto, fumatore, bevitore di birra, mangiatore di carne al barbecue, e patriottico fino al midollo, tanto da avere in bella evidenza nel giardino di casa una bandiera degli Stati Uniti e tanto da essere piuttosto razzista.

Anche se forse più che razzista occorrerebbe dire misantropo, visto che quasi qualunque forma di vita umana lo infastidisce: gli asiatici, gli afroamericani, gli ispanici, i sacerdoti… anche i giovani, per il solo fatto di essere giovani e quindi diversi da lui, lo irritano… e peraltro lo stesso vale per i suoi parenti, figli compresi, con cui praticamente non ha alcun rapporto.

La morte della moglie, con cui inizia il film (con lui che ringhia fin dalle prime inquadrature), lo lascia dunque praticamente solo, ad eccezione del suo amato cane.

A dirla tutta, comunque, Walt sembra più infastidito, più che dalla morte della moglie, dal fatto di avere dei vicini di casa asiatici… e precisamente di etnia Hmong (zona della Cina del sud, Vietnam, Laos, Thailandia, Birmania), fatto che per un veterano del Corea come lui, che era stato abituato ad odiare i “musi gialli”, come li chiama ripetutamente, nonché ad ucciderli, non è un fatto gradevole.

Ad ogni modo, il caso vorrà che una sua tipica azione aggressiva venga identificata dai suddetti vicini come un atto eroico, il che avvierà una sorta di rapporto di buon vicinato, per quanto sui generis, soprattutto con i giovanissimi Thao e Sue Lor, fratello e sorella.

Ed ora veniamo al commento del film: Gran Torino è un film drammatico, e pure molto drammatico. Non tanto, o comunque non solo, per gli eventi narrati, che comunque includono teppismo, violenze varie e morte, ma anche e soprattutto per il vuoto interiore del protagonista principale, vuoto che cerca di colmare con sentimenti come rabbia, acredine, e consimili.
In questo senso, nel film vi sono energie davvero basse, fatto che basta a sconsigliarne la visione (beh, a meno che non vi piaccia abbassarvi le energie-emozioni nutrendovi di energie-emozioni basse, ovviamente).

A dire il vero il film lo avevo guardato perché mi era stato segnalato da un mio lettore come film dai contenuti evolutivi-esistenziali… ma il film, come detto, è “abbassante” in luogo di essere “elevante”, per cui proprio non ci siamo.

Anzi, dopo questo consiglio temo che dovrò iniziare a porre un filtro ai consigli filmici ricevuti.

Non che Gran Torino sia un brutto film, intendiamoci, anzi nel suo genere è ben fatto e credibile, e non a caso ha anche ricevuto dei riconoscimenti… ma semplicemente non è un cibo di cui voglio nutrirmi e che consiglio agli altri, giacché per forza o abbasserà o annoierà.

Fosco Del Nero



Titolo: Gran Torino (Gran Torino).
Genere: drammatico.
Regista: Clint Eastwood.
Attori: Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, John Antony, Austin Douglas Smith, John Carroll Lynch, William Hill, Brooke Chia Thao, Chee Thao.
Anno: 2008.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

lunedì 15 agosto 2016

Hunger games 2 - La ragazza di fuoco - Francis Lawrence (fantastico)

Il primo Hunger games non mi aveva entusiasmato: l’idea di fondo di una società distopica-totalitaria e di un’arena di lotta intesa come giochi pubblici era molto intrigante, ma al film a mio avviso mancava una certa solidità, un po’ perché procedeva troppo veloce, un po’ perché risultava poco credibile in alcuni tratti.

Mi sono comunque visto il suo seguito, giacché il genere mi piace molto, e devo dire che con Hunger games 2 - La ragazza di fuoco le cose sono migliorate.

Forse per il cambio alla regia, dal momento che si è passati da Gary Ross (Plaesantville, Seabiscuit) a Francis Lawrence (Constantine, Io sono leggenda)… con il primo che è più un regista di sentimenti e il secondo che è più un regista di azione, e persino di azione forte e intensa, tratto di cui evidentemente si è giovato Hunger games 2.

I cui protagonisti, almeno i principali, sono gli stessi del primo episodio, ossia quelli che non sono morti: i combattenti del Distretto 12 Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence; Il lato positivo) e Peeta Mellark (Josh Hutcherson; Un ponte per Terabithia), il loro mentore Haymitch Abernathy (Woody Harrelson; Benvenuti a Zombieland), il telepresentatore dei giochi Caesar Flickerman (Stanley Tucci, forse il personaggio più efficace dei primi due film, che si ricorda con piacere anche in Il diavolo veste Prada), il cattivo Presidente Snow (Donald Sutherland; I pilastri della Terra).

Cambi forzati nei personaggi secondari, invece: al “dimissionario” Seneca Crane (Wes Bentley, al contrario il personaggio meno convincente del primo episodio, ma memorabile in American beauty) subentra Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman, ben più in parte; recensito anche in I love Radio Rock), e ai vari morti dei precedenti giochi subentrano nuovi personaggi, tra cui spiccano Johanna Mason (Jena Malone, la ragazzina introversa di Donnie Darko, vista anche in Sucker Punch e in Into the wild) e Finnick Odair (Sam Claflin; anche lui presente nella serie I pilastri della Terra).

Nuovi giochi, dunque, perché il Presidente Snow, preoccupato per l’eccessiva popolarità di Katniss, decide l’anno seguente di costringerla a nuovi giochi con un escamotage, onde evitare che la ragazza finisca per diventare un simbolo per i rivoltosi.

Va da sé che la ragazza, sulle prime piegatasi per paura sia personale che di vendette trasversali sulla propria famiglia, finisce per divenire proprio ciò che il Presidente voleva che non divenisse, e tutto in diretta tv a Capitol City e Distretti.

Ricordando che il film è la trasposizione del romanzo di fantascienza distopica La ragazza di fuoco, scritto da Suzanne Collins, ribadisco che esso si rivela a mio avviso più efficace e riuscito del predecessore.
Certo, alla fine sa molto di punto di passaggio, visto che prepara il terreno al suo seguito, poi diviso in due film, ma è un punto di passaggio ben strutturato.

Nel quale, peraltro, si passa dal focus del primo film, ossia i “giochi”, al focus dei seguenti, la ribellione, ciò che per tutto il primo film era rimasto un fattore latente, e anzi quasi invisibile, disegnato come un lieve ma impotente malcontento.

Con Hunger games 2 - La ragazza di fuoco le cose si preparano prendere il volo (a proposito di ghiandaia imitatrice), ed è chiaro dal primo piano finale di Jennifer Lawrence, che parte dalla tristezza ma poi si risolve in determinazione e furia.

Per il resto, che dire?
Al di fuori del contesto fantastico, Hunger games è chiaramente una storia di denuncia e di critica della società dello spettacolo e del consumismo, ciò ancora più che un monito distopico su dittatura e perdita di libertà (peraltro, con un particolare accento sulla figura femminile).
E tutto ciò è riassunto da una frase di uno dei protagonisti, che sintetizza la situazione da panem et circenses: “Dovete essere una distrazione perché la gente dimentichi i problemi reali.”

Le due componenti, oltre a una spiccata patinatura dell’opera, sono bastate a valere ai film in questione incassi eccellenti nonché premi da un po’ tutte le parti, e indirizzati a un po’ tutte le componenti: sceneggiatura, regia, attrice protagonista, attore protagonista, attori secondari, costumi, scenografia… e persino miglior cattivo e miglior bacio.

Non siamo sul capolavoro, livello ben distante a mio avviso, ma perlomeno la saga si rivela vivace e interessante.

Fosco Del Nero



Titolo: Hunger games 2 - La ragazza di fuoco (The hunger games - Catching fire).
Genere: fantascienza, drammatico, sentimentale.
Regista: Francis Lawrence.
Attori: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Liam Hemsworth, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright, Willow Shields, Jena Malone.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 10 agosto 2016

Il cielo sopra Berlino - Win Wenders (film drammatico)

Conoscevo di nome il film di Win Wenders Il cielo sopra Berlino, ma non lo avevo mai visto, se non per qualche spezzone incontrato qui e là.
L’ho fatto ora, incoraggiato in questo anche da qualche suggerimento in tale direzione, giacché il film veniva segnalato anche per i suoi contenuti esistenziali.

Ma andiamo con ordine, raccontando quel poco di trama che ha il film, girato nel 1987, e quindi due anni prima della caduta del muro di Berlino e della riunificazione delle due Germanie: in una Berlino assai desolata, tutta cemento e palazzoni popolari, e filmata tutta in bianco e nero, Damiel (Bruno Ganz, che in seguito ha interpretato Tiziano Terzani in La fine è il mio inizio) e Cassiel (Otto Sander), due angeli, si aggirano tra la popolazione comune, guardando quello che succede e potendo sentire i pensieri delle persone, condivisi dunque con lo spettatore del film.
L’impatto è praticamente scontato, e veniamo messi di fronte ai problemi e alle sofferenze della gente comune: lavoro, soldi, relazioni sentimentali, etc.
I due, ma non solo loro, visto che la città praticamente pullula di angeli, non solo vedono e registrano, raccontandosi poi tra di loro ciò cui hanno assistito, ma leniscono i dolori delle persone con la loro vicinanza ispirante e col contatto fisico, ovviamente non percepito dagli esseri umani… 
… anche se in realtà c’è qualcuno che li percepisce: i bambini li vedono proprio, mentre qualcun altro sente la loro presenza.

Tra i due, Damiel è quello più insofferente, giacché desidera provare ciò che provano gli uomini, e quindi le gioie e i dolori della materia. In ciò è ispirato anche dalla visione della bella trapezista Marion, una giovane donna un po’ malinconica.

Un altro personaggio importante nel film è l’attore Peter Falk (l’attore del Tenente Colombo, per intenderci), che nel film interpreta se stesso.
Altro cameo: il cantante Nick Cave, che allora andava per la maggiore, anche lui interpretante se stesso durante un concerto in un locale della città.

Il cielo sopra Berlino è ispirato alle poesie di Rainer Maria Rilke: ogni tanto una voce fuori campo ne legge qualcuna, e anzi tali brani diventano il motore centrale del film che, si può intuire facilmente, è piuttosto lento e introspettivo.
Ed ha un suo fascino, questo è innegabile… anche se devo dire che mi attendevo qualcosa di più, visto che il film, pur proponendo qualche frase ispirante tra le tante che vengono citate, oscilla tra mente e fascino della personalità (se mi capite) e ispirazione vera e propria, con la prima delle due che è predominante, da cui la mia valutazione non entusiastica.

Sono però praticamente tenuto a proporre alcune tra le frasi più “elevate” del film, che toccano svariati punti esistenziali (in effetti, quelli che non tocca il film con la sua “trama”).

“Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime eran tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione: non aveva abitudini, e non faceva facce da fotografo.”

“Quando il bambino era bambino era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando comincia il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo quello che vedo, sento e odoro? Come può essere che io che sono io non c’ero prima di diventare, e che una volta io che sono io non sarò più quello che sono?”

“A ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire ora, ora, e ora!”

“Come devo vivere?
Ma forse non è questo il problema… come devo pensare?”

“In ogni monte sentiva la nostalgia di una montagna ancora più alta, e in ogni città sentiva la nostalgia di una città ancora più grande.”

“Tutto è possibile: non ho che da alzare gli occhi, e ridivento il mondo.”

“Ora, in questa piazza, ho una sensazione di felicità…
… che potrei avere sempre.”

“Mi sarebbe piaciuto essere solitaria.
Solitudine significa ‘Finalmente sono tutto’.”

“È necessario che tu ti decida.
Deciditi.
Ora il tempo siamo noi.
Decidiamo noi il gioco per tutti.”

In chiusura del film, una segnalazione negativa: gli angeli, pur essendo invisibili e incorporei per i vivi, proiettano ombre in terra e sui muri, e agiscono sulla massa degli oggetti (abbassando i materassi su cui si siedono, spostando pali su cui si appoggiano, etc)… in ciò, ovviamente, senza che i vivi si accorgano di alcuna anomalia. In questo certamente non sarebbe stata male una maggiore cura, e in fin dei conti non sarebbe servita che una certa attenzione selettiva nelle inquadrature.
Altra cosa: il film è assai lento, certamente non adatto a chi pretende un'opera vivace di intrattenimento.

Concludendo, Il cielo sopra Berlino è un film che ha di sicuro un suo valore… che dal punto di vista esistenziale è maggiore nelle voci narranti che non nell’evoluzione degli eventi (la discesa dell’angelo sulla Terra, in buona sostanza, cosa che anzi sa molto di antropocentrismo piuttosto infantile), ma questo elemento lo si può comunque vedere in “modalità intrattenimento”, riservando invece una maggiore attenzione al primo elemento.

Fosco Del Nero



Titolo: Il cielo sopra Berlino (Der himmel über Berlin).
Genere: drammatico, psicologico, esistenziale.
Regista: Win Wenders.
Attori: Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander, Didier Flamand, Curt Bois, Lajos Kovács, Teresa Harder.
Anno: 1987.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 2 agosto 2016

Samsara - Pan Nalin (film drammatico)

Conoscevo di fama il film Samsara (e intendo il film di Pan Nalin del 2001, non il film-documentario di Ron Fricke del 2011 che porta il medesimo nome), ma non mi ci ero mai avvicinato, nonostante il mio interesse per le tematiche esistenziali e per il mondo orientale.
L’ho fatto ora giacché il mio mi era stato suggerito come film dai contenuti esistenziali importanti.

Andiamo subito a vedere, cominciando come prima cosa dalla trama del film: Tashi è un giovane monaco che vive in un monastero sui monti dell’Himalaya, e vi vive sin da quando aveva cinque anni, in pratica allevato dai monaci, in primis da Apo.
Da citare anche la sua amicizia con un altro monaco giovane, più o meno suo coetaneo, Sonam.
Tashi peraltro ha appena concluso una prova importante: una sorta di eremitaggio meditativo durato tre anni, tre mesi e tre giorni, alla fine del quale egli ha i capelli lunghissimi, le unghie lunghissime e l’intero corpo debole per via della lunga inattività (ma un fisico ben fatto e anche muscoloso, curiosamente…).

Dopo aver superato tale pesante eremitaggio, il più sembra fatto nella vita monacale di Tashi, ma in realtà lo attende una nuova prova, complice un viaggio fuori dal monastero e la visione della bella Pema, ossia il confrontarsi con la sua sessualità.

Essenzialmente Samsara (parola sanscrita che indica il ciclo delle nascite e delle morti che si ha fino all’illuminazione) racconta il conflitto tra l’aspirazione alla vita monastica di Teshi, e l’altra sua aspirazione, la vita mondana, e l’amore carnale in particolare.

A contorno di ciò, vi sono i bellissimi panorami dell’Asia centrale, tra montagne, nevi, pianure sconfinate, cavalli, sentieri di viaggio…

… e ovviamente i riti dei monaci, nonché le usanze di vita di quei luoghi, altro elemento di interesse. 

Tuttavia, devo dire che il film vale la visione soprattutto per tali contenuti culturali, diciamo così, più che per i contenuti esistenziali, che in realtà mancano quasi totalmente. Samsara, a dispetto del nome che porta, non è un film di genere spiritual-esistenziale, ma è un film drammatico-psicologico-sentimentale.

Di contenuti evolutivi ve ne sono ben pochi, e in tutti i 140 minuti del film mi sono segnato appena due frasi, queste:

“Ci sono cose che ognuno di noi deve riuscire a disimparare per poterle imparare. Così come molte altre cose dobbiamo prima possederle per riuscire a rinunciare ad esse.”

“– Bambini, vorrei che voi adesso mi diceste cosa succederà a questo bastoncino.
– Affonderà nell’acqua!
– Si potrebbe incastrare tra i sassi.
– Resterà nell’acqua fino a che non marcirà.
– Verrà risucchiato nel vortice, e dopo essere caduto nella cascata si romperà!
– Mettiamo che non accada. Allora, che succederà? Il bastone finirà il suo cammino raggiungendo il mare. Siamo tutti come bastoni, il nostro mondo è come il fiume. Il percorso è più o meno accidentato, ma prima o poi finiamo nel mare.”

Oltre a queste due frasi, è appena accennata la questione del mangiare carne, ma subito messa da parte, e poi è da citare il nome del piccolo Karma… nome che dunque fa il paio col nome del film: Samsara e Karma.
Peccato però che vi siano solo i nomi, e non energia e insegnamenti retrostanti.

Ma va bene anche così, e comunque Samsara è un film che propone molta bellezza.

Fosco Del Nero



Titolo: Samsara.
Genere: drammatico, psicologico, sentimentale.
Regista: Pan Nalin.
Attori: Shawn Ku, Christy Chung, Neelesha BaVora, Tenzin Tashi, Jamayang Jinpa, Sherab Sangey, Kelsang Tashi, Tsepak Tsangpo, Lhakpa Tsering.
Anno: 2001.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 27 luglio 2016

Radio days - Woody Allen (film commedia)

Radio days era uno dei pochissimi film di Woody Allen che non avevo ancora visto… o addirittura forse l’unico.

Perché lo avevo lasciato tra gli ultimi?
Per il motivo che, non avendo una storia unitaria ma essendo una sorta di collage di singoli episodi ed eventi, mi ispirava di meno in partenza.

Peraltro il film è parzialmente autobiografico (beh, come sempre quando c’è di mezzo Woody Allen, che difficilmente parla di qualcosa di diverso da sé e dalle sue esperienze), giacché racconta gli anni della giovinezza di Allen, quelli in cui era bambino e in cui, come suggerisce il titolo del film, la radio spopolava, ed era anzi il punto di riferimento di tante famiglie.

Radio days si cala nella realtà di una famiglia americana dei primi anni 40, e da un lato racconta di essa: il bambino vivace che desidera questo o quello (Joe, Seth Green; Party monster, Sex movie in 4D, Buffy l’ammazzavampiri), il rapporto tra i genitori, la zia perennemente in cerca di marito (Bea, Dianne Wiest; Hannah e le sue sorelle, La rosa purpurea del Cairo).
Dall’altro lato, quello più generalista, racconta invece degli eventi che hanno caratterizzato quegli anni: la seconda guerra mondiale, l’invasione aliena radiofonica di Orson Wells, la vita tra locali e night.

Ma, soprattutto, la radio, onnipresente: trasmissioni a quiz, sceneggiati radiofonici, notiziari, e ovviamente tanta musica, che nel film la fa quasi da padrone.

Insomma, tutto in Radio days, dalla colonna sonora alla scenografia, grida “amarcord”, e difatti il film ha ricevuto anche premi e nomination soprattutto per tali elementi.
E in effetti in questo senso risulta interessante, come sono sempre interessanti le finestre su altri tempi e altri mondi.

Dal punto di vista del coinvolgimento, però, Radio days concede molto nel suo essere semplicemente una somma di singoli episodi, così come concede abbastanza dal punto di vista dell’umorismo, non essendo nato come film comico, alla Woody Allen, per l’appunto, ma quasi come un documentario.
Poi, certo, è un film di Woody Allen (almeno, il Woody Allen di quegli anni), per cui c’è sempre qualcosa, ma certamente non può rivaleggiare in termini di divertimento con un Amore e guerra, La dea dell’amore, Il dormiglione, ma nemmeno con i più recenti La maledizione dello scorpione di giada o Anything else.

Nel complesso, Radio days non è malaccio, e ha una sua ragione d’essere, però sappiate che se vi attendete uno dei classici film rutilanti del Woody Allen prima maniera, rischiate di rimanere delusi. Piuttosto, accostatevi ad esso in modo più distaccato, proprio come se vi steste approcciando a un documentario su quegli anni, e vedrete allora che sarà un documentario vivace e gradevole.

Fosco Del Nero



Titolo: Radio days.
Genere: commedia.
Regista: Woody Allen.
Attori: Seth Green, Michael Tucker, Julie Kavner, Dianne Wiest, Josh Mostel, Mia Farrow, Wallace Shawn, Diane Keaton, William H. Macy, Jeff Daniels, Kenneth Mars, Kenneth Welsh.
Anno: 1987.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 26 luglio 2016

Primer - Shane Carruth (film fantascienza)

Non mi ricordo perché mi ero segnato il film Primer, ma probabilmente era per il mio vecchio interesse per le tematiche fantascientifiche, e nel dettaglio il tema dei viaggi nel tempo, che è oggetto per l’appunto di questo film del 2004.

Il quale è un film che si è segnalato per due cose.
La prima è per essere stato prodotto con appena 7.000 dollari di budget, che per i tempi odierni è una miseria.
La seconda è per avere vinto dei premi, cosa che lo qualifica comunque come prodotto ben realizzato, a dispetto degli scarsi mezzi economici a disposizione.

La vocazione low cost si vede intanto nel cast davvero ridotto: i protagonisti sono essenzialmente due, Aaron e Abe, cui si aggiungono pochi altri comprimari, tra l’altro poco inquadrati, presenti giusto come sfondo.
Anche le location sono piuttosto poche e spartane, e certamente non vi sono effetti speciali o prodezze visive (o sonore).

Allora per cosa si è distinto Primer?

In breve, per un’idea dei viaggi nel tempo originale, e per averla praticata con una certa coerenza…
… spesso a dispetto della comodità di visione dello spettatore, il quale è costretto a essere molto attento a certi particolari e alle varie linee temporali che si sovrappongono.

In effetti, credo sia per questo motivo (una sorta di confusione controllata) che il film è divenuto negli anni un piccolo film cult del settore fantascientifico.

Ma ecco in grande sintesi la trama di Primer, che peraltro va visto in lingua originale, giacché non è mai stato portato in Italia: Aaron (Shane Carruth, regista, sceneggiatore e produttore del film… e probabilmente lui stesso ha preparato i tramezzini che si vedono a un certo punto) e Abe (David Sullivan) sono due giovani ingegneri che si dilettano a costruire congegni utilizzando materiale di fortuna, e che a un certo punto si rendono conto di aver costruito una macchina del tempo.
Ma non una “classica”, in stile Ritorno al futuro (la quale peraltro era macchina in senso letterale), capace ossia di muoversi a piacere nel passato o nel futuro, bensì un contenitore che, acceso a una certa ora, riporterà proprio a quell’ora la persona che vi fosse entrata, supponiamo, sei ore dopo, persona la quale dunque dovrà passare le suddette sei ore nella scatola, trascorrendo il tempo all’indietro e non in avanti come normalmente.

L’idea iniziale è quella più scontata: arricchirsi puntando in borsa sui titoli che si sa già che in giornata avranno picchi enormi, e i due iniziano in tal senso…

… tuttavia, come da programma, qualcosa va storto, nel senso che si determina un’interferenza che non avrebbe dovuto esserci, da cui un capitombolare degli eventi con una sorta di effetto valanga. 

Perlomeno, come figura retorica, perché in realtà il film si mantiene sempre supercalmo, e anzi è fortemente a rischio noia: non vi è bellezza visiva, non vi è colonna sonora, non vi sono dialoghi interessanti, ma solo disquisizioni sulla natura tecnica della macchina e su come organizzarsi le incursioni senza incontrare i propri “doppi”. Insomma, il tutto rimane sempre su un piano piuttosto mentale-cerebrale, e se questo piano vi annoia allora l’intero film vi annoierà.
E in effetti il tutto sembra più un prodotto per nerd-informatici-cerebrali piuttosto che per il grande pubblico.

Insomma, in poche parole Primer non mi è piaciuto… però non posso che apprezzare la grandissima buona volontà e l’ingegno con cui è stato prodotto, pur senza praticamente alcun mezzo a disposizione, ennesima prova del fatto che se si vuole e si ha un minimo di talento e predisposizione, le cose si riescono a fare comunque.

Fosco Del Nero



Titolo: Primer (Primer).
Genere: fantascienza, psicologico.
Regista: Shane Carruth. Attori: Shane Carruth, David Sullivan, Casey Gooden, Anand Upadhyaya, Carrie Crawford, Samantha Thomson, Chip Carruth, Ashley Warren.
Anno: 2004.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 20 luglio 2016

The event - Nick Wauters (serie tv)

Quest’oggi vi propongo la recensione di una serie tv davvero particolare, tanto particolare che l’articolo più che una recensione in senso stretto sarà un commento ai contenuti della serie. 
Cominciamo dicendo che sto parlando di The event, serie tv realizzata tra il 2010 e il 2011 e purtroppo composta della sola prima stagione, cui non è seguito quanto doveva seguire a causa di ascolti non soddisfacenti... che poi è quanto successo anche ad altre serie interessantissime come Flash forward, anche se per The event sorge spontaneo un dubbio.

Si tratta di una serie affatto famosa, e difatti ne avevo letto per caso in rete, laddove veniva consigliata per i suoi contenuti in pieno stile cospirazionistico. Nonostante tale segnalazione, non mi aspettavo qualcosa di così dettagliato… e invece, wow.

Giusto per farvi capire di cosa stiamo parlando, ecco in grande sintesi la struttura della storia: negli Usa i servizi segreti sono da decenni a conoscenza dell’esistenza di una razza aliena, benché umanoide nei tratti e quindi di impossibile identificazione alla sola vista, occorrendo a tal scopo un’analisi del sangue. Ne viene a conoscenza anche il nuovo presidente degli Stati Uniti, un uomo di colore di nome Elias Martinez (Blair Underwood… che forse è un alieno lui per quanto appariva giovane al tempo delle riprese nonostante gli allora 46 anni), il quale cerca da subito un confronto con Sophia (Laura Innes), il leader degli alieni… almeno di quelli con lei detenuti in una base supersegreta chiamata Inostranka.
Ma subito si viene a sapere che quelli tenuti prigionieri sono solo una parte del gruppo alieno presente sulla Terra, mentre gli altri nei precedenti decenni si erano mischiati con la popolazione umana infiltrandosi in posizioni di potere politico e economico, preparandosi a futuri sviluppi, e con tutta la calma del mondo, invecchiando essi in modo molto più lento degli uomini “normali”, tanto da essere costretti a evitare legami e a cambiare luogo di frequente onde evitare sospetti.

Perché tali alieni sono venuti sulla Terra (preavviso che sto per riferire qualcosa delle vicende della storia, seppur il meno possibile, ma comunque quanto serve per capire che chi ha curato la serie quantomeno si interessava a tematiche cospirazionistiche… e magari stava cercando di riferire qualcosa)?
Semplicemente perché il loro mondo era vicino alla distruzione per via dell’eccessiva attività della sua stella di riferimento, e quindi il suddetto gruppo era in missione per cercare “alternative”. Ma attenzione, perché poi si scopre che essi erano già stati sulla Terra, e anzi ne erano gli abitanti originari, e se ne erano andati per evitare di danneggiare gli umani “normali” per via di una loro possibile evoluzione di razza.
E, a proposito di evoluzione della razza, da citare anche manipolazioni genetiche e incroci con i terrestri… nonostante i divieti di base di non unirsi con loro. 

Tanto antica e tanto potente è questa razza umanoide che gli antichi umani (quelli “normali”) avevano costituito millenni fa un ordine di “Sentinelle” incaricato di vegliare sull’umanità e di difenderla da tali alieni… anche se a dire il vero tali Sentinelle sembrano assai più cattive, pericolose e senza scrupoli del gruppo alieno di Sophia.

E questa è forse la principale caratteristica della serie: si delineano da subito differenti schieramenti, la telecamera li segue tutti, ed essi si incrociano tra di loro, portatori di interessi e obiettivi diversi... e mentre all’inizio sembra ben chiaro chi sono i “buoni” e chi i “cattivi”, poi tutto sfuma ed è assai meno chiaro.

Chiarezza a parte, oltre a tali fatti vengono fatti altri nomi, rivelatori della cultura che c’è dietro la creazione della serie: il Monte Shasta in California, il Tibet, i portali interdimensionali… e ovviamente non poteva mancare il “Nuovo Ordine Mondiale”, obiettivo di uno dei gruppi in questione (gruppi che essenzialmente sono il governo americano, gli alieni di Inostranka e le Sentinelle).
A dire il vero i protagonisti centrali della storia, Sean Walker (Jason Ritter) e Leila Buchanan (Sarah Roemer), non fanno parte di alcuni di questi gruppi di potere, e anzi sono semplicemente due fidanzatini superinnamorati che passano una vacanza insieme… senza sapere che si stanno per imbattere in qualcosa molto più grande di loro, che li porterà loro malgrado a conoscere le vicende di cui sopra.
Molto lentamente, giacché il tutto è molto ingarbugliato anche per loro.

Tra gli altri protagonisti, da citare per importanza e carisma il capo della sicurezza Usa Blake Sterling (Željko Ivanek), il suo agente speciale Simon Lee (Ian Anthony Dale) e la sicaria Vicky Roberts (Taylor Cole).

Per il resto, c’è da aggiungere che i primi episodi cominciano con un’alternanza piuttosto fitta di flashback su varie linee temporali, e che solo dopo il tutto si sposta sulla sola linea del presente, fino all’episodio numero 22, che chiude la prima stagione… proprio nel bel mezzo dell’azione, purtroppo.

Occorre dunque accontentarsi di quanto prodotto, sottolineando che era dai tempi di Visitors che non veniva realizzata una serie così coraggiosa… forse pure troppo, e infatti è stata interrotta, nonostante l'ottimo gradimento del pubblico (vedasi a riguardo le recensioni su Amazon.com).

Fosco Del Nero



Titolo: The event (The event).
Genere: serie tv, fantascienza, thriller, drammatico.
Regista: Nick Wauters.
Attori: Blair Underwood, Laura Innes, Jason Ritter, Sarah Roemer, Scott Patterson, Željko Ivanek, Bill Smitrovich, Ian Anthony Dale, Taylor Cole, Clifton Collins Jr., Hal Holbrook.
Anno: 2010-2011.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

martedì 19 luglio 2016

Scott Pilgrim vs. The world - Edgar Wright (film commedia)

Ho già recensito un paio di film del regista Edgar Wright: segnatamente, L’alba dei morti dementi e Hot fuzz.
Il primo dei due è chiaramente una parodia del genere horror-zombie, mentre il secondo, seppur meno particolare, era comunque un film comico, questo parodia del genere azione. In entrambi peraltro la coppia di attori protagonista era composta da Simon Pegg e Nick Frost.
Oggi arriva il suo terzo film recensito, che li segue di qualche anno: Scott Pilgrim vs. The world, il quale è basato sul fumetto Scott Pilgrim, creato da Bryan Lee O'Malley.

Ecco la trama sommaria: Scott Pilgrim (Michael Cera) è un ragazzo ventiduenne-ventitreenne (non si capisce bene) che suona il basso che cerca di avere successo con la sua band dei Sex Bob-Omb. Parallelamente alla sua attività di bassista, la sua principale occupazione è quella di collezionare ragazze… e questo a dispetto dell’aria da imbranato.
Più che collezionare, comunque, cerca di dimenticare la sua ex Natalie, che nel frattempo ha avuto successo nella musica, mettendosi insieme alla piccola Knives Chau, che ancora va al liceo, e per questo è preso in giro da amici e sorella.
Tuttavia, subito dopo conosce la bizzarra Ramona (Mary Elizabeth Winstead), di cui si invaghisce all’istante, tanto da mollare senza tanti rimorsi la ragazzina per frequentare quella ragazza più grande e decisamente più strana.

Fin qui, nulla di strano, ma certamente dal regista de L’alba dei morti dementi ci si può aspettare qualcosa di più bizzarro… specie considerando che il presente è stato considerato il film più strano di Edgar Wright.

Bene, eccoci qui: Ramona ha tutta una serie di ex ragazzi ("E ragazze", precisa sempre), i quali compongono la cosiddetta "Lega dei malvagi ex": essi a turno si fanno vivi per ingaggiare un duello col pacifico Scott, che vorrebbe solo essere lasciato in pace… ma che in realtà si rivela lottatore di un certo livello.

Tali duelli sono concepiti come scontri di videogame, con tanto di musica di sottofondo, effetti sonori, suoni onomatopeici visibili, effetti visivi, mosse speciali, combo, e punteggio che si aggiorna in base all’andamento dello scontro.
Ma in generale l’intero film è cosparso di tutto ciò, risultando un vero e proprio esperimento visivo.

Riuscito in buona parte, visto che il film scorre ed è gradevole, tra personaggi interessanti (tra gli attori secondari, i più famosi sono Chris Evans e Jason Schwartzman, ma spicca anche Kieran Culkin, che poi è il fratello del più famoso Macaulay Culkin) e trovate curiose, e spesso interessanti anch’esse.

In generale, il mix è quello tra la storia d’amore adolescenziale (Scott pare avere forti tendenze adolescenziali, per l’appunto, e non solo per la scelta della giovane fidanzatina, ancora più immatura di lui) e il videogioco picchiaduro (quelli in stile Street Fighter, per chi è di quei tempi).

In mezzo, tante di quelle trovate che è impossibile contarle, per un film che per certi versi manca clamorosamente di contenuti (a meno di non voler considerare contenuti le cotte di Scott), ma che si distingue comunque per il suo scintillio e la sua vivacità, proponendo anche qualche abbaglio di momento poetico… subito fugato da qualche altro scintillio o effetto sonoro, giusto per non sbagliarsi.

Di mio tendo comunque a privilegiare la grande originalità e assegno a Scott Pilgrim vs. The world una buona valutazione… e probabilmente me lo riguarderò in futuro.

Fosco Del Nero



Titolo: Scott Pilgrim vs. The world (Der himmel über Berlin).
Genere: commedia, comico, fantastico, sentimentale.
Regista: Edgar Wright.
Attori: Michael Cera, Mary Elizabeth Winstead, Kieran Culkin, Chris Evans, Anna Kendrick,Alison Pill, Brandon Routh, Jason Schwartzman, Brie Larson, Aubrey Plaza,Johnny Simmons, Mark Webber, Mae Whitman, Ellen Wong, Satya Bhabha.
Anno: 2010.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 13 luglio 2016

Hunger games - Gary Ross (fantascienza)

Ho sentito parlare solo di recente della saga fantastica Hunger games, nonostante essa abbia ormai qualche anno e sia arrivata ormai al suo quarto film (col terzo episodio diviso in due parti), e nonostante essa discenda da un romanzo: l’omonimo romanzo di fantascienza scritto da Suzanne Collins.

Tra l’ambizione del progetto, il genere fantastico-distopico e l’avere come protagonista assoluta Jennifer Lawrence, che avevo apprezzato moltissimo ne Il lato positivo, il tutto mi ispirava molto, anche se in realtà un amico mi aveva detto che a suo avviso il film non era granché.

Comunque, me lo sono guardato… arrivando anche io ad una valutazione un po’ tiepida.

Ma partiamo dalle basi: il regista è Gary Ross, di cui avevo già visto Seabiscuit - Un mito senza tempo, ma soprattutto l’incantevole (e quando dico incantevole non è affatto per modo di dire) Pleasantville. Dell’attrice principale ho già detto, mentre a girarle intorno vi sono Woody Harrelson (anche lui molto apprezzato nell’ispiratissimo Benvenuti a Zombieland), Stanley Tucci (che mi fa sempre ripensare a Il diavolo veste Prada... e che in Hunger games è forse il personaggio più notevole), Wes Bentley (protagonista dell’indimenticabile American beauty), l’ormai vetusto Donald Sutherland (recensito in Istinct e ne I pilastri della Terra), nonché il cantante Lenny Kravitz (che a quanto pare si tiene benissimo per l’età che ha, e non a caso è vegano).

Detto dei protagonisti, parliamo ora della scena: siamo in un non precisato futuro, nella nazione di Panem (nome che in sé rivela la condizione di distrazione delle masse, abbinata poi ai "circenses" che sono per l'appunto i giochi), situata in un’America post apocalittica ed essenzialmente formata dalla capitale, Capitol City, assai ricca e potente, e da vari distretti, più o meno poveri e disagiati.
Ogni anno da ciascun distretto durante la cosiddetta “mietitura”, sorta di punizione per la passata ribellione, vengono sorteggiati due ragazzi, adolescenti oscillanti tra l’essere bambini e giovani uomini o giovani donne, un maschio e una femmina, i quali, definiti “tributi”, vengono offerti agli “Hunger games”, sarebbe a dire una sorta di gioco di lotta-sopravvivenza in cui sopravvive solamente uno di essi, che viene proclamato vincitore dei giochi.
Il tutto mentre il pubblico di Capitol City segue il “gioco” tramite una fitta presenza di telecamere sparse per tutta la foresta, ambientazione della lotta, in cui vengono portati i giovani, in una specie di Grande Fratello sanguinolento e violento.

L’espressione “Grande Fratello” è doppiamente valida in questo caso, giacché ci troviamo proprio in una società di tipo distopico quale quella tratteggiata da Orwell in 1984, che viene dipinta in modo da essere facilmente presa in antipatia dallo spettatore del film: dittatura, giochi violenti, ricchezza ostentata, superficialità.
Anche se a dire il vero l’elemento della società distopica è stato solo accennato come sfondo della storia, e non affrontato, cosa che immagino verrà fatta nei film seguenti.  
Insomma, il tutto è molto chiaro, come è molto chiara fin dall’inizio l’intera trama del film: è chiaro che la protagonista Katniss Everdeen parteciperà ai giochi, come è chiaro che ne uscirà vincitrice… e nel mezzo è facile ipotizzare antipatie-lotte e simpatie-alleanze.

In mezzo a tale prevedibilità, serviva una realizzazione tecnica impeccabile nonché grande intensità per ribilanciare il tutto, ma ciò arriva solo in parte: visivamente il film si fa vedere con grande piacere, soprattutto le scene nella natura, e l’intensità fa capolino ogni tanto…
… ma non basta a fare di Hunter games un gran film, che ha avuto un successo a mio avviso oltre il suo valore (700 milioni di dollari nel mondo, un’enormità rispetto a quanto era costato).

Riguardo a tale punto, ossia al grande successo di pubblico, va detto che esso è certamente dovuto al fatto che il film, consciamente o più probabilmente inconsciamente, è rapportato alla situazione attuale dell'umanità, dove una piccola, ricca e superficiale élite è contrapposta a una massa sfruttata e controllata... e anzi su questo elemento non sarebbe una brutta idea che la singola persona riflettesse un poco.

Continuiamo: a incidere negativamente sulla qualità dell'opera, oltre alla prevedibilità della trama, sono i rapporti tra i protagonisti, ugualmente scontati, tanti dialoghi incerti e poco credibili, nonché il fatto che molti personaggi sono stereotipati a livello di macchiette.
Ma il lato più negativo tra tutti è che l’incedere temporale della storia non convince: è frettoloso, poco efficace... cosa che peraltro capita spesso nelle conversioni cinematografiche da romanzi.

Concludendo, mi attendevo di più da Hunger games… ma mi vedrò comunque i suoi seguiti per vedere se la situazione è migliorata o mano.

Fosco Del Nero

p.s. La cosa più curiosa di tutto il film è che Katniss si lamenta dell'ingiustizia della sorte dei tributi, costretti alla morte per assassinio in una foresta... quando il film si apre proprio con Katniss che uccide animali in una foresta. Curioso che poi la ragazza si lamenti della stessa sorte che lei infliggeva ad altre creature.



Titolo: Hunger games.
Genere: fantastico, drammatico.
Regista: Gary Ross.
Attori: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Wes Bentley, Woody Harrelson, Stanley Tucci, Lenny Kravitz, Elizabeth Banks, Donald Sunderland, Brooke Bundy, Latarsha Rose, Liam Hemsworth.
Anno: 2012.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.