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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 30 dicembre 2015

Cose da maschi - Chris Koch (film commedia)

Avevo visto Cose da maschi, film del 2003, oramai svariati anni fa, e ne avevo conservato un ricordo positivo.
Me lo sono riguardato ora, e la sensazione di allora è stata confermata: Cose da maschi è una buona commedia sentimentale.

Anzi, a dirla tutta questo film è l’esempio di come, per realizzare un buon film, non occorrano mezzi incredibili, e a dirla tutta nemmeno idee stratosferiche, ma basta eseguire bene il compito e creare un’atmosfera divertente e convincente.

La prima cosa che colpisce di Cose da maschi è il casting: tutti e tre i personaggi sono interpretati da attori scelti alla perfezione: il protagonista Jason Lee (Dogma, Vanilla sky, My name is Earl) nel ruolo del bravo ragazzo un po’ indeciso sul futuro da dare alla sua vita, la co-protagonista Selma Blair (Cruel intentions, La rivincita delle bionde, Hellboy) nel ruolo della fidanzata modello e l’altra co-protagonista Julia Stiles (10 cose che odio di te, Pazzo di te!, Il lato positivo) nel ruolo della ragazza vivace e un po’ fuori di testa.

Andiamo subito a tratteggiare sommariamente la trama: siamo a Seattle, e Paul è un tranquillo poco più che trentenne in procinto di sposarsi, con la bella ed elegante Karen, sorta di fidanzata perfetta (per cui stravedono tutti, in primis il di lui fratello Pete).
Il giorno dell’addio al celibato, tuttavia, insorge un problema, sotto forma di bionda vivace dal nome di Becky.
In realtà è tutto un equivoco, ma quel tanto basta per agitare le cose…

Come detto, Cose da maschi è davvero una buona commedia: vivace, ironica, con personaggi ben caratterizzati e dialoghi vivaci.
Vi sono alcune soluzioni non del tutto originali e anche non del tutto credibili, è vero, ma la tesi è compilata davvero bene, e il film si regge benissimo e si fa seguire bene.  

Anzi, è un peccato che il regista Chris Koch non si sia poi cimentato in altri film, dedicandosi invece a serie televisive, peraltro di buon successo, a conferma della bontà del suo lavoro: Scrubs, My name is Earl, Don't trust the b... in apartment 23.

Come sempre, le cose tornano, e non a caso Cose da maschi è una commedia di ottima fattura: divertente e ironica, non volgare, mix tra gag visive e gag verbali, con ottimi interpreti.

Fosco Del Nero



Titolo: Cose da maschi (A guy thing).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Chris Koch.
Attori: Jason Lee, Julia Stiles, Selma Blair, James Brolin, Shawn Hatosy, Lochlyn Munro, Diana Scarwid, David Koechner, Julie Hagerty, Thomas Lennon, Jackie Burroughs, Victor Varnado.
Anno: 2003.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 23 dicembre 2015

Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima - Nacer Khemir (film esistenziale)

Un’amica mi aveva segnalato il film Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima come film dai contenuti esistenziali interessanti, e, come sempre faccio in questi casi, me lo sono guardato.

Ora, mi sono già stati segnalati molti film con contenuti esistenziali, ma raramente il film aveva contenuti così evidenti e belli come Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima.
Il quale, peraltro, non è mai stato importato in Italia, nonostante una paternità in parte italiana, per cui è liberamente disponibile per tutti, per esempio su Youtube.

Paternità in parte italiana, dicevo: il film, diretto da Nacer Khemir, è stato scritto a quattro mani dal regista stesso e da Tonino Guerra… sì, quello di “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita”.  

Peraltro, Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima (2005) è il terzo film di una trilogia, la cosiddetta Trilogia del deserto, dopo I figli delle mille e una notte (1984) e La collana perduta della colomba (1991).

L’ambientazione è quella del deserto, col film che ha effettuato le sue riprese in parte in Iran e in parte in Tunisia (a Tataouine, il luogo che ha dato volto e nome a Tatooine di Guerre stellari), e che culturalmente si muove tra sufismo e misticismo islamico, e che più in generale ci parla di fiducia, del cammino dell’esistenza, del viaggio esteriore ed interiore, dei talenti e dei doni personali, e del rapporto tra le persone.

Ecco in grande sintesi la trama del film: Bab'Aziz è un vecchio derviscio ormai cieco, il quale viaggia con la nipote Ishtar, una bambina sveglia e premurosa.
I due sono diretti a un misterioso raduno di dervisci (sorta di monaci-mistici che utilizzano il canto e la danza come metodo di consapevolezza e di illuminazione spirituale) che si tiene ogni trent’anni…
… ma in un luogo sconosciuto, da cui il motivo del loro peregrinare alla sua ricerca.
Durante il loro viaggio, essi incontrano vari personaggi, tra cui Osman e Zaid, e inoltre Bab'Aziz racconta alla nipote, a puntate, la storia del principe che contempla la sua anima in una pozza d’acqua, sorta di racconto nel racconto.

Va da sé che Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima ci mostra un viaggio, quello fisico di Bab’Aziz e di Ishtar (nome della dea babilonese dell’amore e della fertilità, mentre il nome Aziz richiama la forza e potenza, e suppongo che i nomi non siano stati scelti a caso), ma soprattutto ci racconta un viaggio interiore, quello che formalmente è la ricerca del raduno dei sufi, ma che di fatto è il viaggio di scoperta di sé e di evoluzione personale che ogni persona compie.

La natura di meta-racconto del film è evidenziata anche dal suo essere cornice di un racconto dentro al racconto: quello già citato del principe che contemplava la sua anima, che il nonno racconta alla nipote.

A proposito, il rapporto tra i due è molto bello, e rappresenta il rapporto educativo ideale tra anzianità e giovinezza, quella che vi era nelle società tradizionali di millenni fa e che si presume tornerà in futuro: in esso l’anziano non è un relitto della società, un uomo che ha smesso di essere utile e che "è andato in pensione", ma è una risorsa enorme di saggezza ed esperienza… a patto, ovviamente, che abbia percorso un cammino di crescita interiore, altrimenti si sarà come la gran parte dei vecchi di oggi, che sono bambini spirituali in corpi anziani e che effettivamente non sono di grande valore per la società.
Bella anche l'ambientazione tra deserto e antiche rovine, ed è affascinante il senso di sacralità che si respira nell'opera, particolarmente in alcuni momenti, tra luoghi e canti.

A sottolineare il valore del film, mi sono segnato alcune frasi, tutte dette da Bab’Aziz, che ci parlano di fiducia nell’esistenza, di cammino personale, di talenti personali, di reincarnazione, ancora di fiducia e di cambiamento e abbandono-resa.

“Ci sono tante strade che portano a Dio quante sono le anime sulla Terra.”

“Troverò la mia strada.
Chi ha fede non si perde mai.”

“Il paradiso è negli occhi di chi guarda.”

“Chi ha fede non si perderà mai.
Chi è nella pace non perderà la sua strada.”

“Tutti usano i loro doni più preziosi per trovare la strada.
Nel tuo caso è la voce.
Canta, figlio mio, e ti sarà mostrata la strada.”

“Figlio mio, non accontentarti di una goccia d'acqua.
Devi gettarti nella sua corrente.”

“È sufficiente camminare, solo camminare.”
“E se ci perdiamo?”
“Chi ha fede non si perde mai.”

“Tutti in questo grande mondo hanno un compito d'assolvere; il resto non è così importante.
Se tu ricordassi tutto tranne questo, è come se non ricordassi niente. ”

“Le persone di questo mondo sono come le tre farfalle davanti alla fiamma di una candela.
La prima si avvicinò e disse: "Conosco l'amore".
La seconda toccò la fiamma lievemente con la sua ala e disse: "Conosco quanto il fuoco dell'amore possa bruciare".
La terza di gettò nel cuore fiamma e ne fu consumata. Solo lei sa cosa sia l'amore.”

“Porti il marchio dell’angelo.”
“Bab’Aziz, cos’è il marchio dell’angelo?” 
“I bambini nel ventre della madre conoscono tutti i segreti dell’universo. Ma poco prima di nascere viene un angelo che pone un dito sulle loro bocche così che dimentichino tutto. In ricordo di questa conoscenza perduta, alcuni di loro, come te, hanno un segno sul loro mento: questo è il marchio dell’angelo.”
“Ma allora un giorno ricorderemo tutto ciò che sapevamo?”
“Chi lo sa? Forse.”

“Se al bambino nell’oscurità del ventre di sua madre fosse detto "Fuori c’è un mondo di luce, con alte montagne, grandi mari, distese ondulate, bei giardini in fiore, ruscelli, un cielo pieno di stelle, e un sole fiammeggiante, e tu, dinanzi a tutte queste meraviglie, stai rinchiuso in quest’oscurità", il bambino non ancora nato, non sapendo nulla di queste meraviglie, non crederebbe a nessuna di esse. 
Così siamo noi dinanzi alla morte. Ecco perché abbiamo paura.”

“Non può esserci luce nell'oscurità della morte, perché è la fine di tutto.”
“Come può la morte essere la fine di qualcosa che non ha principio? Hassan, figlio mio, non essere triste la notte delle mie nozze.”
“La notte delle tue nozze?”
“Sì, il mio matrimonio con l'eternità.”

Recensione finita, e film super-consigliato.

Fosco Del Nero



Titolo: Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima (Bab'Aziz - Le prince qui contemplait son âme).
Genere: drammatico, esistenziale.
Regista: Nacer Khemir.
Attori: Parviz Shaminkhou, Maryam Hamid, Nessim Kahloul, Mohamed Grayaa, Golshifteh Farahani, Hossein Panahi, Hamed Hassanipour, Kaveh Khodashenas.
Anno: 2005.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 16 dicembre 2015

Melancholia - Lars von Trier (film drammatico)

Finora avevo visto un solo film di Lars von Trier, ossia Dogville (ma prima dell’apertura del blog, e dunque non c’è la recensione), il quale, pur non essendomi dispiaciuto, e anzi avendolo apprezzato molto come originalità della sceneggiatura e anche per il coraggio registico, non mi aveva esaltato, essenzialmente perché il regista tendeva ad essere un po’ troppo drammatico e pesante per i miei gusti.

Non lo avevo più calcolato, dunque, nonostante alcuni film che avevano fatto scalpore come Antichrist, fino a Melancholia, visto di recente perché, sempre di recente, avevo visto un film con un elemento di trama molto simile, per quanto con progressi completamente differenti (Another Earth).
L’elemento in questione era il fatto che veniva scoperto un nuovo pianeta e che esso avvicinava lentamente alla Terra, tanto da divenire sempre più grande nel cielo.

E, giacché ho accennato a tale elemento, passiamo subito alla trama di Melancholia, film che è diviso in due parti, intitolate ciascuna col nome delle due protagoniste, Justine e Claire.
Nella prima parte si assiste al matrimonio di Justine (Kirsten Dunst; Intervista col vampiro, Jumanji, Il giardino delle vergini suicide, Spider-Man), che sulle prime appare sfarzoso e radioso, salvo poi scoprire che la giovane donna tende decisamente alla depressione, tanto da mandare letteralmente all’aria matrimonio e ricevimento ancora prima che sia finito, nonostante gli sforzi della sorella Claire (Charlotte Gainsbourg; Jane Eyre, L'arte del sogno, Nymphomaniac) e del cognato John (Kiefer Sutherland; Linea mortale, Dark City, Riflessi di paura).
Nella seconda parte del film i tre, insieme al figlio della coppia Leo, passano alcuni giorni nella ricca tenuta di campagna di John, assistendo ai movimenti del pianeta Melancholia, ora ben visibile in cielo. John peraltro è un astronomo dilettante, e cerca di tranquillizzare sua moglie sul fatto che il pianeta nuovo venuto non colpirà la Terra.

Ancor prima di tali due parti, inoltre, abbiamo un prologo di ben otto minuti, modellato sulla musica wagneriana di Tristano e Isotta e su alcune immagini e scene di una bellezza quasi sconvolgente, che peraltro vengono riprese dal finale, che illustra quanto avvenuto, e che in tale sede non anticipo.

Dico solo che, mentre nella prima parte del film è Justine a sembrare depressa e squilibrata, con la sorella Claire che tenta di sostenerla, nella seconda i ruoli si invertono, ed è il personaggio di Kirsten Dunst a incoraggiare quello di Charlotte Gainsbourg, finalmente illustrando coi fatti come mai il nipotino, pur nel bel mezzo della di lei depressione, continuava a chiamarla Zietta Spezzacciaio

Melancholia è una coproduzione tra Danimarca, Germania, Francia, Svezia, e anche Italia, e in effetti rivela numerosi volti, figli probabilmente di tante culture.
In esso spuntano anche delle comparsate celebri, come Charlotte Rampling (Zardoz, Stardust memories, Babylon A.D.) e Udo Kier (Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete!!!, BladeAce Ventura - L’acchiappanimali, L’ombra del vampiro).

Ed ora veniamo al mio commento sul film: per la quasi totalità del film, soprattutto la sua prima parte, mi sono annoiato terribilmente, tanto che già mi ero segnato il nome di Lars von Trier sulla lista dei cattivi, quelli di cui non avrei dovuto mai più vedere un film, però…

… però la seconda parte del film, pur in una simile lentezza generale, accompagna lo spettatore alla bellezza del finale, con il quale in retrospettiva si valuta diversamente anche il prologo per la meraviglia che è.

A ciò è utile anche l’ottima interpretazione di Kirsten Dunst, che non a caso ha ricevuto dei premi per tale film, ma il film in generale ha riscosso un discreto successo presso la critica, seppur incassi assolutamente mediocri al botteghino (appena 20 milioni di euro guadagnati in tutto il mondo)… cosa peraltro attendibile per un regista di nicchia come Lars von Trier, il quale comunque, pur tra lentezza e depressione, ha saputo metter su parecchia bellezza, visiva e uditiva, e anche caratteriale, e non è poco.

Peccato che per apprezzare pochi minuti di bellezza ci si debba sorbire due ore e passa di film pesante e deprimente, tanto che la valutazione finale sta a metà strada tra questi due fattori.

Fosco Del Nero



Titolo: Melancholia (Melancholia).
Genere: drammatico, fantastico, psicologico.
Regista: Lars von Trier.
Attori: Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Udo Kier, John Hurt, Brady Corbet.
Anno: 2011.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 9 dicembre 2015

La cuccagna - Luciano Salce (film drammatico)

Da poco ho sentito una vecchia canzone di Luigi Tenco, figura che conoscevo solamente di nome, essendo io nato dodici anni dopo la sua morte e non essendo egli un personaggio troppo rappresentato nell’Italia odierna, nonostante sia stato un cantautore molto apprezzato, forse per via del modo triste in cui (forse) ha detto addio alla vita (presunto suicidio durante un’edizione del Festival di Sanremo, per protestare contro la decisione dei giudici avversa alla sua canzone). 

Comunque, giacché mi ero imbattuto nella sua biografia, mi sono deciso anche a vedere uno dei pochi film in cui aveva recitato: La cuccagna, film del 1962 diretto da Luciano Salce, che poi sarebbe il regista dei vari Fantozzi.

Se Fantozzi affoga il suo pessimismo e la sua inettitudine a vivere nell’umorismo e nelle situazioni surreali, La cuccagna rimane con la sua depressione e il suo pessimismo, tanto che dopo averlo visto sembra di aver fatto un viaggio di un’ora e 40 minuti nella tristezza.

Ecco in breve la trama del film: Rossella (la bellissima Donatella Turri, che certamente se non si fosse ritirata presto dalle scene sarebbe diventata un riferimento per il cinema italiano) ha 18 anni ed ha appena finito la scuola superiore. Vive in una famiglia piuttosto popolare, e molto all’antica, in cui si presume che le giovani donne stiano a casa in attesa di una proposta di matrimonio.
Rossella però vuole rendersi indipendente, e si mette dunque alla ricerca di un lavoro, scontrandosi però sempre con uomini che vogliono approfittarsi di lei o con attività fallimentari. Rigorosamente in alternativa, a scelta una delle due, come se in Italia a quei tempi (i tempi del boom economico, peraltro) non vi fosse altro.

La visione della vita del film è talmente negativa che Rossella finisce per passare il suo tempo con Giuliano (Luigi Tenco, per l’appunto), un giovane disilluso, cinico e critico, che pensa a come non essere convocato per il militare o, anche qui in alternativa, al suicidio.

Tanto che, a un certo punto, i due decidono di uccidersi assieme, ed ecco le parole di lui a riguardo: “E va bene, moriremo insieme. Ci hanno spinto alla disperazione e vedranno. Moriremo protestando contro la società, perché tutti sappiano”.

Che dire, piuttosto profetico e autorealizzante... qualunque sia il modo in cui la sua vita si è conclusa.

In tutta questa tristezza e depravazione (al tempo in Italia non c’erano uomini migliori di quelli che incontra Rossella?), l’unico personaggio vivace e allegro è quello del dottor Giuseppe Visonà (un divertente Umberto D'Orsi), vivace uomo d’affari che prende in simpatia Rossella, ma che si dimostra troppo sconclusionato e inaffidabile.

Quanto al film, essenzialmente non vi è una trama con l’eccezione delle sfortunate peripezie di Rossella, e il messaggio che passa nel film è davvero brutto: da un lato abbiamo tristezza, depressione e povertà, e dall’altro abbiamo prostituzione e donne che si vendono (nelle strade, nelle aziende, nei cinema, nei centri fotografici). Come dice a Rossella una sua conoscente che le aveva assicurato che avrebbe trovato la sua strada per fare fortuna nella vita e alla quale Rossella aveva chiesto quale strada fosse: “La strada, la strada, non ce n’è che una”.

Insomma, La cuccagna è un film pesante e dai contenuti davvero negativi, che si salva per la sola luce che emana da Donatella Turri.
Quanto a Tenco, il suo personaggio era troppo negativo e cinico, e la sua recitazione poco convincente.

Fosco Del Nero



Titolo: La cuccagna.
Genere: drammatico, sentimentale.
Regista: Luciano Salce.
Attori: Donatella Turri, Luigi Tenco, Umberto D'Orsi, Ugo Tognazzi, Giulio Calì, Vittorio Duse, Livia Venturini, Luciano Salce, Ivy Holzer, Corrado Olmi.
Anno: 1962.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 2 dicembre 2015

Zoran, il mio nipote scemo - Matteo Oleotto (film commedia)

Zoran, il mio nipote scemo è una produzione italo-slovena che ha ricevuto svariati riconoscimenti, per quanto prevalentemente di importanza non troppo elevata, rivolti soprattutto all’opera prima del regista Matteo Oleotto e all’interpretazione del protagonista Giuseppe Battiston.

Di mio, tuttavia, devo dire di non aver gradito troppo il film, da un lato per il protagonista terra terra (anzi, diciamo pure sottoterra, per quanto ben interpretato, ma è proprio il personaggio ad essere poco interessante), e dall’altro perché per larghi tratti semplicemente noioso.

Ma cominciamo dalla trama, e poi proseguiamo col commento: Paolo Bressan (Giuseppe Battiston) è un uomo corpulento e portato all’alcol che vive in un paesello in provincia di Gorizia che ha un’aria davvero provinciale, e nel quale Paolo passa il tempo tra il suo lavoro come cuoco di una mensa per anziani, che svolge di malavoglia, le serate a bere con i compaesani (ma pure da solo), e alcuni piccoli atti di vandalismo, ascrivibili a sue antipatie personali, a cominciare da quella per Alfio (Roberto Citran), nuovo marito della sua ex moglie Stefanja (Marjuta Slamic).

Il modesto tran tran della vita di Paolo viene smosso allorquando muore una sua zia slovena, che gli lascia in eredità non soldi, ma il giovane Zoran (Rok Prasnikar), verso il quale l'uomo indirizza da subito il suo campionario di meschinità e cattiverie, a cominciare dal nome sbagliato, Zagor.

Zoran, viceversa, ha la curiosa abitudine di chiamare tutti con titolo, nome e cognome, e quindi lo zio per lui è “zio Paolo Bressan”, nonché di esprimersi in un italiano composto e forbito, imparato su alcuni romanzi (che però in Italia non conosce nessuno, con suo grande disappunto).

Il ragazzo, che ha un’aria non troppo sveglia, ha inoltre un grande talento, quello per il gioco delle freccette, in cui è pressoché imbattibile… tanto che il buon "zio Paolo Bressan" pensa di approfittarsene per fini economici, nonché per riavvicinare la sua ex moglie.

Tuttavia, la vita lo metterà di fronte alle conseguenze delle sue bugie e piccole meschinerie, per quanto a fine film pare intravvedersi uno spiraglio di luce in fondo al (lungo e largo) tunnel.

Come detto, Zoran, il mio nipote scemo non mi è piaciuto molto. Nel film vi è qualche elemento positivo, come una fotografia a tratti accattivante, nonché l’originale personaggio di Zoran-Zagor con il suo italiano d’altri tempi, ma è troppo poco per fare di esso un film di valore, soprattutto perché il personaggio principale è fortemente antipatico (e in questo è stato bravo Giuseppe Battiston a renderlo tale), mentre a livello di trama non c’è quasi niente, e dialoghi ispiranti nemmeno.
Tanto che l’aspetto per cui il film si distingue maggiormente è la fotografia di una parte d’Italia… ma a questo punto si va verso il documentario, e non sul cinema.

Insomma, a mio avviso poca roba, tanto che mi sorprende che questo film abbia vinto dei premi… non tanto per il film in sé, quanto per i film con cui era in competizione.

Fosco Del Nero



Titolo: Zoran, il mio nipote scemo (Zoran, il mio nipote scemo).
Genere: commedia, drammatico.
Regista: Matteo Oleotto.
Attori: Giuseppe Battiston, Rok Presnikar, Marjuta Slamic, Roberto Citran, Teco Celio, Riccardo Maranzana, Jan Cvitokovic, Ariella Reggio.
Anno: 2013.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 25 novembre 2015

Le nebbie di Avalon - Uli Edel (film fantasy)

Prima di guardarmi la miniserie televisiva Le nebbie di Avalon, che peraltro potrebbe essere intesa anche come un film molto lungo in pieno stile fantasy (le versioni estese dei film de Il signore degli anelli durano per l’appunto come e più de Le nebbie di Avalon), ho atteso di leggermi il romanzo da cui è stato tratto, il best seller di Marion Zimmer Bradley.

Romanzo anch’esso molto lungo: 700 pagine e passa. Anch’esso, se vogliamo, una miniserie di romanzi, o un lungo romanzo “extended”.

La prima sensazione del film Le nebbie di Avalon è quella tipica delle conversioni cinematografiche di opere letterarie: il video non regge lo scritto. A questa regola non scritta ho assistito a davvero poche eccezioni, su decine e decine di casi, e purtroppo Le nebbie di Avalon non vi sgugge…

… nonostante la lunga durata della miniserie-film, che dunque aveva più tempo di un normale film da 90 minuti per portare su schermo quanto avveniva nel libro originario.

Tuttavia, l’impressione è che ci sia dati la zappa sui piedi da soli, con delle scelte che hanno in buona parte stravolto la trama del romanzo, nonché il profilo psicologico di certi personaggi.
A ciò si aggiungano scene tagliate, scene inventate, personaggi importanti eliminati, scene riportate ma con protagonisti differenti, cosa che ha contribuito ulteriormente a modificare i rapporti in gioco tra i personaggi.
Tanto che mi vien da dire che il film Le nebbie di Avalon è ispirato al romanzo Le nebbie di Avalon, ma non ne è la trasposizione fedele.

Peraltro la produzione, che evidentemente non era ad altissimo budget, e difatti si trattava di una produzione televisiva e non da grande schermo, manca clamorosamente in un punto fondamentale: il casting.
Molti attori sono nettamente fuori parte, a cominciare dal lato fisico, su cui non è che vi fosse molto da ragionare. Lancillotto e Ginevra, per esempio, tanto nei miti di Avalon quanto nella riscrittura di Marion Zimmer Bradley, sono entrambi bellissimi e fascinosi, mentre nel film sono due persone qualunque (lui appena appena belloccio, e lei nemmeno quello). Viviana e Morgana, come le varie loro parenti con sangue druidico, avrebbero dovuto essere piccole e basse, da descrizione del libro, e invece no, sono alte e slanciate, specie la prima. Nel film Morgause, zia di Morgana e sorella di Viviana, la Dama del Lago (interpretata da Anjelica Huston, che è un'attrice brava ma che secondo me non era molto adatta per questo ruolo), non è bruna, non è piccolina, non è bella come descritta nel libro, e si comporta in modo totalmente differente dal personaggio del libro: il regista ne ha fatto in pratica il cattivo di turno, quando nel libro non lo è (è ambiziosa, ma non perfida, e anzi è affettuosa verso le sue parenti).

Tra l’altro, una delle colonne portanti del libro è che non vi sono cattivi e buoni assoluti, e la stessa contrapposizione tra antico paganesimo dei druidi e nascente cristianesimo dei romani viene sfumata in un modo diverso di vedere e vivere la vita con la sua sacralità. Il romanzo trasuda vita, in effetti, mentre il film affatto.

Lo stesso Re Artù, descritto come bello e forte, è un ragazzetto-ometto qualunque, e anzi un po’ molle, per non parlare di Merlino-Taliesin, che avrebbe dovuto avere carisma da vendere, e invece qua è un personaggio trascurabile. Quanto al suo “erede”, Kevin, nel film neanche esiste, e con ciò sparisce una discreta fetta della vita e del personaggio di Morgana.
Pure la passione tra Ginevra e Lancillotto, con i loro dubbi esistenziali, decade e quasi svanisce, sostituita nel suo incedere da un paio di scenette quasi comiche, così slegate da un contesto più ampio e meglio descritto.

D’accordo, riportare un libro di 700 pagine in un film, con tutti i suoi avvenimenti non è semplice, ma il film durava 170 minuti, e il tempo sufficiente c’era perlomeno per riportare buona parte del libro. E invece no, e molto è stato cambiato.
Ma, d’altronde, non sarà un caso se il regista ha avuto una carriera trascurabile, passata tra produzioni televisive di basso livello e film al cinema di egual basso livello.

In tutto ciò, si salvano la protagonista Morgana (una Julianna Margulies bella e credibile), brani della colonna sonora, alcuni scorci di paesaggi, e un’atmosfera che a volte è bella e invitante… il cui valore viene però disperso poco dopo da qualche scena o da qualche personaggio poco convincente. 

Insomma, è davvero un peccato che al romanzo Le nebbie di Avalon non sia stata data una degna conversione cinematografica. Purtuttavia, come detto, qualcosa di bello c’è, anche se forse forse è meglio che si veda la serie senza aver letto prima il libro, pena un’inevitabile delusione.

Tra le cose belle, da segnalare anche qualche citazione di genere spiritual-esistenziale (tutte nella prima parte del film, peraltro, a confermare il fatto che la storia va poi a decadere, tra scene inventate e personaggi modificati), con cui chiudo la recensione.

“Nessun uomo o donna può vivere il destino di un altro.”

“- Non ci siamo mai incontrati.
- Non in questa vita. Ma conoscete le tradizioni celtiche, e sapete bene che possiamo esserci incontrati in un’altra vita. Esiste già qualcosa tra le nostre anime: ne avete sentito la forza.”

“Non c’è altro da fare che arrendersi.”

“Ognuno seguirà il suo destino: dovete imparare a farvene una ragione e a consolarvi.”

“Dea è ogni cosa in natura, e in natura ogni cosa è sacra.
Guarda: quello è il suo volto. Ascolta: questa è la sua voce.
Lei è in tutte le cose belle, e in quelle orribili anche.”

“Io credo che la Dea viva nella nostra umanità, e non altrove.”

“Io non credo che sia Dio a punirci. Io credo che ci puniamo da soli. Non sarebbe un conforto credere che siano noi a creare i nostri paradisi e i nostri inferni?”

Fosco Del Nero



Titolo: Le nebbie di Avalon (The mists of Avalon).
Genere: fantasy, drammatico.
Regista: Uli Edel.
Attori: Anjelica Huston, Julianna Margulies, Joan Allen, Samantha Mathis, Caroline Goodall, Edward Atterton, Michael Vartan, Michael Byrne, Hans Matheson, Mark Lewis Jones.
Anno: 2013.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 18 novembre 2015

L'arte del sogno - Michel Gondry (film surreale)

Il film recensito oggi è L'arte del sogno, girato nel 2006 da Michel Gondry (regista già recensito in Be kind rewind - Gli acchiappafilm).
Si tratta di una produzione franco-italiana, anche se dell’Italia nel film non v’è traccia, col film che invece si divide tra il Messico e la Francia.

Il padre di Stéphane è difatti messicano, mentre la madre francese. Quando i due si erano separati, il figlio era tornato in Messico col padre, salvo poi andare dalla madre a Parigi quando il padre è morto.

A questo punto Stéphane (Gael Garcia Bernal; Nessuna notizia da Dio, Y tu mama tambien, La mala educaciòn) è ormai un trentenne, anche se per molti versi è ancora immaturo: insicuro e introspettivo, da un lato è estremamente creativo, ma dall’altro lato tende a rifugiarsi nei sogni, tanto da avere problemi a distinguere la realtà dal sogno.

Gli stessi problemi che a tratti ha anche lo spettatore del film, giacché molte scene cominciano in modo credibile, ma poi si rivelano fittizie, quando non proprio oniriche all’eccesso, come la ricorrente camera di registrazione, nella quale l’addormentato Stéphane rigira la sua vita come avrebbe voluto che fosse andata.

Ciò riguarda soprattutto Stéphanie, vicina di casa di cui Stéphane si invaghisce (dopo aver messo da parte l’idea di provarci con la più carina ed effervescente Zoe) e che è essa stessa molto libera e creativa… ma che non ha le stesse turbe mentali del suo omonimo maschile, tanto da non riuscire a gestirle e da farla rinunciare al possibile rapporto.

Alla fine i protagonisti del film sono questi, cui si aggiungono i tre colleghi di lavoro di Stéphane, anch’essi un po’ strani, per quanto non ai livelli del ragazzo.

L'arte del sogno oscilla tra commedia, dramma sentimentale e dramma psicologico, anche se la componente più forte è probabilmente data dall’elemento surreale, per via delle numerose scene oniriche presenti nel film, che se non sono la maggioranza poco ci manca.

E, in questo senso, Michel Gondry esplora un tema a lui caro, affrontato anche nel più famoso Se mi lasci ti cancello, altro film che unisce l’elemento onirico, l’elemento psicologico e la relazione sentimentale, per quanto in un’atmosfera più seriosa…

… ma complessivamente più riuscita, giacché L'arte del sogno alla fine della fiera non offre molto: delle scene originali e visivamente interessanti, ma un ensamble che nel complesso funziona poco, anche perché con la protagonista Charlotte Gainsbourg non accende lo schermo e l'intesa con Gael Garcia Bernal non è il massimo.

Peccato, si poteva fare di più… ma comunque molte trovate sono originalissime e apprezzabilissime.

Fosco Del Nero



Titolo: L'arte del sogno (La science des rêves).
Genere: commedia, drammatico, sentimentale, surreale.
Regista: Michel Gondry.
Attori: Gael Garcia Bernal, Charlotte Gainsbourg, Alain Chabat, Miou-Miou, Pierre Vaneck.
Anno: 2006.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 11 novembre 2015

Moonrise kingdom - Una fuga d'amore - Wes Anderson (film commedia)

Ho oramai visto tutti i film di Wes Anderson: alla lista, comunque non lunghissima, mancava solamente Moonrise kingdom - Una fuga d'amore, ed eccolo qui, unito così ai già recensiti I TenenbaumIl treno per DarjeelingRushmoreFantastic Mr. FoxLe avventure acquatiche di Steve ZissouUn colpo da dilettanti, e Grand Budapest Hotel.

Piccola premessa: il film, diretto da Wes Anderson, è stato da lui scritto insieme a Roman Coppola, col quale aveva già scritto il buono Il treno per Darjeeling.
Roman Coppola, dal canto suo, è figlio di Francis Ford Coppola (il famoso regista de Il padrino e di Dracula di Bram Stoker), figlio a sua volta di Carmine Coppola, che faceva il compositore e che ha scritto musiche per Il padrino (e che è stato anche il primo flauto nell'orchestra di Arturo Toscanini, e che era sposato con tale Italia Pennino), film nel quale ha recitato anche Talia Rose Coppola, conosciuta come Talia Shire, sorella di Francis Ford Coppola, la quale poi non è altro che la famosa Adriana della saga di Rocky Balboa… nonché la madre di Jason Schwartzman, protagonista dei vari film di Wes Anderson, come Rushmore, Il treno per Daerjeling, nonché del bellissimo I love huckabees - Le strane coincidenze della vita (diretto però da David O. Russell… che comunque è italoamericano pure lui).
Il quale Jason Schwartzman è inoltre cugino di Sofia Coppola, anche lei regista (nel cui film Il giardino delle vergini suicide ha fatto recitare Robert Schwartzman, fratello di Jason e leader del gruppo musicale dei Rooney), nonché cugino del più famoso Nicholas Cage, il cui vero nome è Nicolas Kim Coppola.
Insomma, una famiglia votata al cinema… e probabilmente poco propensa alle pari opportunità!

Lo stesso Wes Anderson, peraltro, tende a circondarsi delle stesse persone: si pensi a Bill Murray (uno dei mitici Ghostbusters), o a Edward Norton (protagonista dell'altrettanto importante Fight Club), o allo stesso Jason Schwartzman, a Tilda Swinton, a Harvey Keitel.
Anzi, in questo film si è tenuto basso con i suoi attori feticcio…

Ecco in sintesi la trama di Moonrise kingdom: siamo nel 1965, in una isola fittizia del New England, e seguiamo le vicende di due protagonisti: uno è Sam Shakusky (Jared Gilman), dodicenne caposcout, mentre l’altra è Suzy Bishop (Kara Hayward), sua coetanea semidepressa e repressa nella fredda famiglia gestita da Walt (Bill Murray) e Laura (Frances McDormand; lei più legata ai fratelli Coen, si pensi a Fargo o a Burn after reading), una coppia ormai senza più affetto e passione, tanto che lei ha una relazione col capitano Sharp (Bruce Willis).
A completare il quadro dei personaggi principali, abbiamo l’esploratore veterano Randy Ward (Edward Norton) e l’addetta ai servizi sociali (Tilda Swinton; vista di recente ne Il curioso caso di Benjamin Button).

Perché è chiamata in causa la rappresentante dei servizi sociali (mai chiamata per nome, tra l’altro, e anche lei quando si presenta non usa il suo nome personale, ma si presenta come "Servizi Sociali")? 
Perché Sam, ragazzino problematico orfano di entrambi i genitori e affidato a una famiglia dopo l’altra, nessuna delle quali ha saputo integrarlo, un giorno abbandona il campo scout di nascosto… e perché la stessa Suzy, che non sopporta più la sua famiglia, scappa di casa.
Seguiranno inseguimenti, accampamenti, coltellate, fughe in barca, temporali, inondazioni d’acqua, e altro ancora.

In sé la storia di Moonrise kingdom sembrerebbe poca roba, poco più che una scusa per mettere su le solite estroversioni di Wes Anderson, che ci sono e in quantità, ma in realtà il film ha un suo perché. 

La prima cosa che si nota, come sempre con Anderson dietro la macchina da presa, è il virtuosismo registico, con una fotografia da applausi e con una grande ricercatezza estetica (non è una novità, comunque).
Anche al sonoro viene data una grande attenzione, e non a caso il film comincia e termina con delle registrazioni audio, che peraltro simboleggiano proprio il tema della fuga…
… ma anche il tema centrale del film, ossia il fatto che ognuno deve vivere la vita a modo suo, in quanto strumento unico e diverso dagli altri (e i due protagonisti sono parecchio unici… ma anche gli altri personaggi non scherzano come caratterizzazione bizzarra, come d’abitudine per Wes Anderson).

Il risultato finale è un ensamble gradevole e ispirato, che a tratti mette tenerezza, e in diverse direzioni, non solo quelle dei due ragazzini-avventurieri.

Moonrise kingdom non è il mio film preferito di Wes Anderson, cosa difficile peraltro in mezzo ai vari I Tenenbaum, Il treno per Darjeeling, Fantastic Mr. Fox, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Grand Budapest Hotel, ma comunque se la cava e se la gioca, e certamente non mancherà di piacere ai fan del regista statunitense.

Fosco Del Nero



Titolo: Moonrise kingdom - Una fuga d'amore (Moonrise Kingdom).
Genere: commedia, drammatico, sentimentale.
Regista: Wes Anderson.
Attori: Jared Gilman, Kara Hayward, Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton, Jason Schwartzman, Bob Balaban, L.J. Foley, Andreas Sheikh, Harvey Keitel.
Anno: 2012.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

giovedì 5 novembre 2015

Revolver - Guy Ritchie (film thriller)

Avevo visto Revolver di Guy Ritchie molto tempo fa, ma in parte mi deluse per via del fatto che mi attendevo un film vivace e dinamico simile ai due più grandi successi del regista britannico, Lock & stock - Pazzi scatenati e The snatch - Lo strappo.

Avendo gli occhi puntati in quella direzione, e non avendo ancora gli strumenti per valutare i suoi reali contenuti, non lo apprezzai appieno, cosa che invece ho potuto fare ora alla seconda visione. Il film rimane meno valido dei suoi predecessori dal punto di vista registico, ma a loro differenza ha dei contenuti di tipo esistenziale che lo rendono uno dei film più significativi degli ultimi decenni.

Partiamo da una descrizione sommaria della trama… perlomeno, di quella che sembra la trama se si cerca di descriverla in modo lineare e visivo: Jack Green (Jason Statham) è appena uscito di prigione dopo aver scontato sette anni, e la cosa che desidera maggiormente è vendicarsi di Dorothy Macha (Ray Liotta), il boss della mala a causa del quale è morta la moglie di suo fratello ed egli stesso è finito in carcere.
Il carcere, peraltro, a sua volta ha prodotto due cose: egli ha arricchito la sua mente grazie alla vicinanza di cella con un esperto di scacchi e un esperto della truffa, che sentiva dalle celle accanto pur non vedendoli… i quali lo hanno poi impoverito derubandolo di tutto quello che aveva.
Poco male, comunque, giacché un metodo infallibile che aveva imparato da essi gli ha permesso di ricostruire una fortuna…
… la quale a sua volta gli viene sottratta da tali Avi (André Benjamin) e Zack (Vincent Pastore), due prestasoldi particolarmente cinici, che gli promettono di salvarlo dalla rara malattia del sangue che ha scoperto di avere, e che gli viene detto che lo farà morire in tre giorni.
Pur tra molti dubbi (i due hanno corrotto i medici che gli hanno fatto quella diagnosi infausta? E come potranno mai salvarlo se davvero le cose stanno così?), e certamente malvolentieri, Jack si piega ai loro ordini, che sono i seguenti due:
- lui dovrà rinunciare a ogni cosa che possiede,
- dovrà fare esattamente quello che gli dicono in modo cieco e senza far domande.
Inizia qui un tourbillon di eventi che coinvolgerà Jack, Dorothy Macha, il trafficante di droga Lord John, nonché l’invisibile Mister Gold.

Questa la trama sommaria del film, che già così, pur ridotta all’essenziale, è complessa.

Veniamo ora al significato esoterico (ossia nascosto) della storia, nata da un soggetto dello stesso Guy Ritchie aiutato nell’adattamento da Luc Besson, un altro regista con tendenze esistenziali (si pensi al meraviglioso Angel-A).
Peraltro, nei suoi contenuti nascosti Revolver ricorda molto un altro film: Figth Club.

Jack Green è il protagonista del viaggio, e rappresenta l’uomo medio, l’uomo qualunque, nel senso stretto dell'espressione: egli è qualunque uomo.
Dorothy Macha è il nemico del mondo esterno, una sorta di specchio per Jack e per le sue emozioni.
Avi e Zach sono una parte di Jack: la parte più elevata, potremmo dire, l’anima, il Sé Superiore, la quale, anche se a volte sembra agire con freddezza e cinismo verso l’uomo Jack, in realtà agisce in un certo modo al fine di risvegliarlo e di fargli fare un passo evolutivo in avanti (e infatti gli chiede abbandono del possesso-attaccamento nonché cieca fiducia).
Mister Gold è il nemico mai visto, sorta di demone interiore-esteriore. Facile a questo punto parificarlo all’ego e ai suoi drammi (e infatti “gold” vuol dire “oro”, ossia le ambizioni materiali dell’ego)… che prima attaccano e assediano Jack e poi attaccano e assediano Macha. Il quale a volte è chiamato Mister D, come Jack è sovente chiamato Mister Green, così come Gold è chiamato Mister Gold, a certificare una comunanza tra i tre.

Ma cominciamo dall’inizio: il film si propone dapprincipio molto mentale, a cominciare dalle sue frasi di esordio, che saranno poi ripetute varie volte nel corso del film:

“Il nemico più grande si nasconde nell’ultimo posto dove guardi.”

“L’unico modo di diventare più furbi è giocare con un avversario più furbo.”

“La prima regola degli affari: proteggi il tuo investimento.”

“La guerra non si può evitare, può solo essere rimandata, a vantaggio del tuo nemico.”

Per i più curiosi, esse sono riferite rispettivamente: a Giulio Cesare, a un motto degli scacchi, a un motto dell’investimento bancario, a Niccolò Machiavelli.

Si parte dal mentale, dicevo, come parte dal mentale l’uomo comune… salvo poi elevarsi (se ci riesce ovviamente, e il film ci dà un esempio di chi ci riesce e un esempio di chi non ci riesce) verso energie più elevate.
Insomma, è il solito passaggio dall’ego-mente all’anima di cui hanno parlato tutte le tradizioni esoteriche-esistenzial-spirituali di tutti i tempi.
Ed è un passaggio difficile, perché comporta l’abbandono delle vecchie energie basse (apparire, successo, possesso, dominio, vendetta, fama, paura, attaccamento, egoismo, etc) per riassestarsi in energie più alte (serenità, centratura interiore, beatitudine, etc).

Quelle energie basse per uscire dalle quali ogni essere umano ha un tempo limitato: nel caso di Jack Green simbolicamente sono i tre giorni concessigli dalla sua malattia del sangue… e ricordo intanto che nel sangue vi è l’essenza della persona, e poi che Gesù è risuscitato in tre giorni, giacché qua si sta proprio parlando di risveglio spirituale, ossia del percorso umano-cristico.
Che si parli di risveglio, e quindi di fuga dall’addormentamento, il film lo dice peraltro molto chiaramente:

“Devi ancora svegliarti.”

“Svegliati, signor Green.”

“Non riesci a vedere quello che hai di fronte.”

“Tu sei ancora in prigione, Jack.
Di fatto, non ne sei mai uscito.”

“Più la vittima pensa di avere il controllo, meno ne ha nella realtà.”

Tale risveglio comporta anche l’abbandono del vecchio, come oggetti ma anche come energie basse, e anche questo il film ce lo dice molto chiaramente:

“Sappiamo che ti piacciono i soldi, e non sarà facile per te guardarli sfuggire di mano.”

“È strano, ma ancora non mi piace dare via il denaro.
So di non poterlo portare via con me, quindi perché questo dolore?”

“Una parte di me muore ogni volta che ci penso.”

“Se questa è la mia ultima ripresa dovranno distruggermi pezzo per pezzo.”

“Sono bloccato in un limbo, tra l’inferno e la desolazione. Non riesco ad uscirne.”

È una vera e propria battaglia contro l’ego, l’unico vero nemico, il quale si è insidiato proprio dove uno non si aspetterebbe che sia il nemico, ossia dentro di noi.

“Senti quella voce da così tanto tempo che ormai credi sia la tua.
Credi sia il tuo migliore amico.” 

“Troverai sempre un valido avversario proprio nell’ultimo posto dove guarderesti.”

“Ti abbiamo messo in guerra contro l’unico nemico che sia mai esistito.
E tu pensi che sia il tuo amico.
Qual è il posto migliore per nascondersi per un avversario?
L’ultimo posto dove guarderesti…
Lui si nasconde dietro il tuo dolore, Jack. Lo stai proteggendo con il tuo dolore.
Abbraccia quel dolore, e vincerai questa partita.
[…] Usa il nemico che percepisci per distruggere il tuo vero nemico. Se non riesci a farlo, allora non sei un uomo libero, ma un uomo controllato.
[…] Usa ogni mezzo possibile per indurre il dolore mentale e combattere il tuo nemico. Ovunque tu non vuoi andare, è il luogo dove lo troverai.”

“- Nessuno vede Gold, ma Gold vede tutto quanto. Lui è qui dentro (lo dice indicando la testa, ndr), e finge di essere te. […] Lui ti dice cosa fare, e quando farlo. C’è lui dietro tutto il dolore che c’è stato, dietro ogni crimine che è stato commesso.
- Come posso esserci io dietro tutto il dolore, ogni crimine, se non esisto nemmeno?
- E adesso ti sta dicendo che non esiste nemmeno. […] Più potere pensi di avere nel mondo di Gold, meno potere hai nel mondo reale. Lui conosce tutti i trucchi, e tutte le risposte ‘giuste’.”

“L’inganno più grande che io abbia mai fatto è di farti credere che io sono te.”

“Sai cos’ha di elegante questo gioco?
Nessuno sa dov’è il nemico, non sanno nemmeno che esiste.
Si annida dentro tutte le loro teste… e si fidano di lui… pensando di essere lui.
E se tu provi a distruggere lui per salvare loro, loro distruggeranno te per salvare lui.”

E difatti tutti i maestri spirituali e i mistici nel corso della storia sono stati uccisi o vilipesi.
Ma hanno dato sempre e comunque un messaggio di speranza di vittoria, per così dire, o di risveglio e di illuminazione, per dirla in un altro modo.
D’altronde…

“Più dura è la battaglia, più dolce è la vittoria.”

“I problemi non esistono, signor Green, ci sono solo le situazioni.”

Per riassumere, ecco la situazione di partenza, quella dell’ego che vuole essere nutrito con energie basse per continuare la sua vita da parassita.

“C’è una cosa dentro di te che non conosci e di cui negherai l’esistenza, finché non sarò troppo tardi per farci qualcosa. È l’unico motivo per cui ti alzi al mattino, l’unico motivo per cui sopporti un capo stupido, il sangue, il sudore, le lacrime, questo perché vuoi che le persone sappiano quanto sei bravo, attraente, generoso, divertente, intelligente. Temetemi o riveritemi, ma per favore pensate che sono speciale.
Condividiamo una dipendenza, siamo tossicomani dichiarati: vogliamo tutti una pacca sulla spalla e l’orologio d’oro, l’hip hip urrà del cazzo, guardate il ragazzo intelligente con il distintivo. Siamo solo scimmie avvolte in bei vestiti, che implorano l’approvazione degli altri.
Se lo sapessimo non ci comporteremmo così.”

Ed ecco quale è il “gioco” cui tutti partecipiamo:
“Tu fai parte di un gioco, Jack, fai parte del Gioco.
Tutti sono nel tuo gioco, e nessuno lo sa. E tutto questo è il tuo mondo, ti appartiene, lo controlli.”

Ed ecco cosa bisogna fare: 
“Se cambi le regole su ciò che ti controlla, cambierai le regole su ciò che puoi controllare."

O, per riprendere una frase già riportata:
"Abbraccia quel dolore, e vincerai questa partita.
Usa il nemico che percepisci per distruggere il tuo vero nemico. Se non riesci a farlo, allora non sei un uomo libero, ma un uomo controllato.
Usa ogni mezzo possibile per indurre il dolore mentale e combattere il tuo nemico. Ovunque tu non vuoi andare, è il luogo dove lo troverai."

Jack lotta, e infine vince.
Dopo la “lotta” con l’ego nell’ascensore (ascensore=elevazione spirituale), il Sé risvegliato-Testimone (il Jack ora libero) dice all’ego:
“Tu non sei me. Tu non mi controlli, io controllo te” (--> libertà)...
… e infatti subito dopo torna la luce e si illumina tutto (--> illuminazione)…
… e l’ascensore finalmente arriva al piano 1 (--> Unità).

E, subito dopo, quello che fino a quel momento era stato il nemico del mondo esterno (ovviamente riflesso dei demoni interiori dell’ego), ossia Mister D, affronta Jack per minacciarlo e spaventarlo.
Ma ora le energie sono cambiate, ed ora è il “nemico” ad aver paura, pur essendo lui ad avere una pistola in mano, ed ha paura e trema e piange perché si rende conto che la controparte ha fatto un passo avanti, e ora non è più minacciabile-ricattabile-spaventabile. Ora sono su due piani diversi.
E difatti Jack lo guarda con un sorriso ineffabile, completamente sereno e anzi forse persino affettuoso. E poi semplicemente se ne va, e lo lascia al suo dolore-paura, completando una scena letteralmente commovente.

Nella scena seguente, che dura pochi secondi, si vede un altro uomo seminudo e torturato in posizione da crocefisso… e si tratta ovviamente di qualcuno che sta ancora “portando la propria croce”, ossia che non si è risvegliato, che non ha ancora compiuto il suo destino animico, per così dire.

Scena successiva: Jack parla al suo ego morente (la battaglia principale è vinta, ma qualcosa è ancora rimasto, come dopo ogni “risveglio”).
“Ah, sei ancora lì. Perché ti sento morire.
Ti sento attingere a me, per avere un po’ di nutrimento.
Adesso chi è che si aggrappa per una dose?”

La cosa curiosa è che, dopo che l’ego di Mister Green viene sconfitto, la stessa scena si ripete con Mister D, anche lui roso dal suo ego interiore e dai suoi drammi e dubbi.
Ma D-Macha non regge, non riesce a vincere il suo demone interiore (il suo Mister Gold) e si uccide.

E, giusto per fugare ogni dubbio sul fatto che Revolver abbia dei contenuti esoterici, ecco qualche altro elemento. 

Avi e Zach e Jack sono stati assimilati alla triade della Bibbia Abramo-Isacco-Giacobbe, con cui vi sono evidenti assonanze. Tra l’altro il nome di Giacobbe compare esplicitamente sotto forma di "metodo Jacobi", citato in apertura di film.

Green (“verde” in inglese) ci porta al quarto chakra, il chakra centrale, il punto centrale di equilibrio, quello che permette il superamento dell’ego-dualità per assestarsi nella centratura: esso in sanscrito è chiamato anahata, che vuol dire “suono che viene prodotto senza che due oggetti si colpiscano”: ossia, per l’appunto, si sta parlando di non dualità e di equilibrio centrale.
Viceversa, il viola ci porta su al settimo chakra, sede dell’illuminazione, e a un certo punto Jack dice: “Prendo il viola… il viola è un bel colore”.

A un certo punto si vedono disegni di labirinti, simboli del labirinto della mente.
E poi si vede il simbolo del serpente che si arrotola su se stesso lungo il corpo umano, simbolo della risalita della kundalini lungo l’asse centrale della spina dorsale e dei chakra, e quindi dell’illuminazione.
Ancora, l’elemento duale compare spessissimo: i due personaggi interiori, i due fratelli, le due corna, due coppie di statuette, etc.

Vediamo poi qualche numero: si parte dai 7 anni di carcere (7 come i chakra), per poi andare alle 3 ore per decidere o ai 3 giorni di vita rimanente (3 come la trinità).
L’ascensore si ferma al piano 13: 13 vuol dire morte e cambiamento (il cambiamento interiore che affronta Jack e la morte dell'ego), come testimonia l’arcano Senza Nome dei tarocchi. E si tratta di un cambiamento che arriva comunque, persino se non lo stai aspettando e non era previsto, perché fa proprio parte del processo evolutivo… infatti il piano 13 nell’ascensore non era nemmeno segnato (si andava dal 12 al 14).

E con questo dettaglio avrei anche concluso quella che probabilmente è la recensione più lunga di sempre nel blog.
E che spero sarà utile a qualcuno.

Fosco Del Nero



Titolo: Revolver (Revolver).
Genere: thriller, drammatico, psicologico, esoterico.
Regista: Guy Ritchie.
Attori: Jason Statham, André Benjamin, Vincent Pastore, Ray Liotta, Andrew Howard, Terence Maynard, Mark Strong, Francesca Annis, Anjela Lauren Smith.
Anno: 2005.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 4 novembre 2015

M'é caduta una ragazza nel piatto - Roy Boulting (film commedia)

Gli ultimi due film che ho recensito erano del 1969 (Il villaggio dei dannati) e del 1971 (Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato), mentre quello di oggi è del 1970, ma di genere parecchio diverso: M'é caduta una ragazza nel piatto, commedia diretta da Roy Boulting con due protagonisti d’eccezione, due attori di spicco di quegli anni: il poliedrico Peter Sellers e la vivacissima Goldie Hawn.

Entrambi sono peraltro già passati su Cinema e film: il primo per Hollywood party, Casino royale, Il dottor Stranamore e Oltre il giardino (dei film mica da poco…), e la seconda per Shampoo e La morte ti fa bella (ma anche per una parte minore in Tutti dicono I love you).

Ecco la trama di M'é caduta una ragazza nel piatto: Robert Danvers è un famoso conduttore televisivo inglese, noto peraltro per essere uno scapolo e playboy impenitente. Un giorno, casualmente, s’imbatte in Marion, molto più giovane di lui con i suoi diciannove anni, ma ugualmente tosta e sveglia (e anche un po’ cinica e disillusa, proprio come lui).

I due dapprima sembrano non trovarsi molto, ma dopo, anche per via di circostanze favorevoli, finiscono per frequentarsi, con tanto di vacanza in Francia, e poi…

M'é caduta una ragazza nel piatto è un film vivace, e non poteva essere altrimenti con due interpreti del genere. La parte del playboy non calza troppo a mio avviso a Peter Sellers, che comunque riesce a reggersi su per via della sua grande abilità recitativa, riuscendo dopo un qualche dubbio iniziale a risultare credibile.

Battute e gag si sprecano, col film che propone per tutta la sua durata un tono leggero, ironico e brillante, con anche qualche ammiccamento sexy, senza tuttavia essere volgare (cosa ovvia, peraltro: siamo nell’Inghilterra del 1970).

La storia sembra quasi un giro in trottola, e propone anche una sua morale di fondo, per quanto anch’essa un po’ disillusa e cinica come i personaggi suoi interpreti: le cose sono come sono perché le persone sono come sono, e normalmente non cambiano.

Insomma, M'é caduta una ragazza nel piatto non si propone come film educativo, ma piuttosto come affresco divertente e frizzante, cosa che gli riesce in pieno.

E con quei due lì davanti alla macchina da presa, il risultato era praticamente già garantito in partenza…

Fosco Del Nero



Titolo: M'é caduta una ragazza nel piatto (There's a girl in my soup).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Roy Boulting.
Attori: Peter Sellers, Goldie Hawn, Tony Britton, Nicky Henson, Diana Dors, Judy Campbell, John Comer, Gabrielle Drake.
Anno: 1970.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 28 ottobre 2015

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato - Mel Stuart (film fantastico)

In passato avevo già visto Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, ma si trattava di un passato troppo passato, ossia prima che aprissi il blog Cinema e film, per cui la recensione di questo classico arriva solo ora.

Credo che la trama, ispirata peraltro a un libro di Road Dahl, sia ben nota, ma comunque la riporto in grande sintesi per coloro che non avessero mai sentito parlare del film (cosa improbabile, dato il recente e quasi omonimo remake La fabbrica di cioccolato, con Jonnhy Depp): la fabbrica di cioccolato di Willy Wonka (Gene Wilder), situata in una piccola cittadina statunitense, è famosa in tutto il mondo, non solo per i suoi favolosi cioccolati, ma anche per essere riservatissima. Willy Wonka, anni prima, stufo del continuo spionaggio industriale dei suoi rivali cioccolatieri ansiosi di rubargli i segreti del mestiere, era arrivato a chiuderla, dopo aver licenziato tutti i dipendenti… salvo poi riaprirla pochi anni dopo, tornando a pieno regime e più industrioso che mai.

Ecco perché la notizia per cui Wonka avrebbe concesso l’ingresso nella fabbrica a coloro che avrebbero trovato uno dei cinque tagliandi dorati inseriti nelle tavolette di cioccolata Wonka ha scatenato una sorta di competizione mondiale a chi trovava uno dei suddetti tagliandi.

Charlie Bucket (Peter Ostrum), bambino povero e con mezza famiglia sulle spalle (il padre è morto, la madre fa un lavoro umile, e i quattro nonni sono fermi a letto senza potersi muovere, tutte bocche a carico), desidera ardentemente trovare uno dei cinque fortunati biglietti, ma essendo povero non si può permettere che un paio di tavolette di cioccolata, mentre i suoi coetanei ne aprono a centinaia… 

Va da sé che, una volta dentro la fabbrica, i cinque fortunati possessori del biglietto dorato vedranno cose incredibili… anche se non sempre piacevoli per alcuni di loro.

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato è un film di genere fantastico-surreale, anche se, a ben vedere, si tratta di una storia di formazione, non a caso tratta da un romanzo per l’infanzia (Dahl è un autore per l’infanzia, per l’appunto, che privilegia l'aspetto formativo attraverso situazioni ed eventi bizzarri), cosa piuttosto evidente nella ricchezza di insegnamenti del film… 

… che peraltro sono tali anche per gli adulti, a vedere ancora più da vicino.

La storia può essere difatti così riletta: da un lato abbiamo cioccolati, caramelle e dolci vari, cose da bambini insomma, così come da bambini (interiori) sono certi atteggiamenti di alcuni dei protagonisti: gola, avidità, arroganza, supponenza, etc, mentre dall’altro lato abbiamo valori come la generosità, le buone maniere, la semplicità d’animo, l’affidabilità.

Insomma, da un lato abbiamo questioni di ego, mentre dall’altro lato abbiamo la versione superiore dell’essere umano, se vogliamo dire così, rappresentata tanto dal piccolo Charlie, quanto dal grande Wonka, il quale, dal canto suo, rappresenta l’adulto (interiore) perfettamente formato: sereno, centrato, lucido, privo di ego (difatti non reagisce mai alle numerose provocazioni delle persone), e anche, si scopre infine, amorevole… decisamente più di quanto sembrasse alle persone egoiche, per la solita questione del principio speculare, per il quale esse vedevano lui come erano esse stesse (e sovente lo accusavano dei loro difetti). 
 Infatti, alla fine Charlie e Wonka si abbracciano, e mentre sono in cielo, cosa piuttosto metaforica, e sarebbe curioso sapere se si tratti di simboli studiati o di “semplice” ispirazione.

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato ci racconta dunque una storia fantastica, ma al contempo ci parla di immaginazione e sogni, nonché di prove da superare e conseguenze: lo stesso Charlie è tentato dal tradimento, ma poi si disvela animo innocente, e quindi premiato con la fabbrica… e con l’elevazione di cui abbiamo detto.

Alcune frasi del film, peraltro, sono piuttosto chiare sui contenuti di tipo formativo-esistenziale della storia (cosa che comunque non sorprende, contando che da un lato il romanzo originario è stato scritto da Road Dahl, mentre la sceneggiatura del film è stata scritta da David Seltzer, autore di altre sceneggiature con contenuti un po’ particolari, come ad esempio Dragonfly - Il segno della libellula), per quanto sembrino spesso buttate lì un po’ a caso.

Eccone alcune:

“Fare il giro del mondo e poi di nuovo a casa: ecco il destino di chi naviga.”

“Come si coltiva la fantasia, con il cuore o con la mente?”

“Noi siamo i creatori della musica, e noi siamo anche i creatori dei nostri sogni.”

“Abbiamo così tanto tempo, e così poco da fare.”

Quest’ultima frase, in particolare, pur se buttata lì in modo umoristico (e diverse volte…), descrive alla perfezione la condizione esistenziale dell’uomo per chi ha gli occhi per vedere.

Anche se, forse forse, la cosa più didattica del film sono i canti degli Umpa Lumpa (che vanno o capiti in inglese o ascoltati con i sottotitoli, e che peraltro sono memorabili come motivetto), che elicitano in modo piuttosto chiaro la questione dell’ego e delle sue conseguenze.

In definitiva, Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato è un bel film, non solo in senso tecnico, ma anche come contenuti, ciò che poi è la cosa più importante.

Fosco Del Nero



Titolo: Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (Willy Wonka & the chocolate factory).
Genere: fantastico, musicale, commedia.
Regista: Mel Stuart. Attori: Gene Wilder, Peter Ostrum, Jack Albertson, Dodo Denney, Roy Kinnear, Julie Dawn Cole, Leonard Stone, Denise Nickerson, Nora Denney.
Anno: 1971.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 21 ottobre 2015

Il villaggio dei dannati - Wolf Rilla (film fantastico)

Quest’oggi recensisco un vecchio film inglese, datato 1969, e che probabilmente costituiva uno dei primi esperimenti di tipo fantastico-orrorifico: Il villaggio dei dannati.

In realtà il film di horror nel senso moderno del termine non ha nulla: niente scene splatter, niente mostri, niente effetti sonori a volume altissimo utili a far sobbalzare lo spettatore sulla poltrona, etc. L’horror di quei tempi puntava più sull’atmosfera e sull’inquietudine interiore… certo, probabilmente anche per la carenza di mezzi tecnici, ma spesso la necessità acuisce l’ingegno, e spesso i risultati erano superiori a quelli di molte produzioni dozzinali odierne.

Ma torniamo a Il villaggio dei dannati: il film si base sul romanzo I figli dell'invasione, di John Wyndham, e dato il suo buon successo ha avuto un seguito, La stirpe dei dannati, e un remake, Villaggio dei dannati.
Titoli un po’ forti, peraltro, che sembrano alludere a contenuti parecchio spaventevoli, e che invece, stringi stringi, raccontano di diversità e di paura interiore (più psicologia che horror, in realtà, come accadeva per buona parte della fantascienza degli anni 50-60).

Ecco in grande sintesi la trama, tutto sommato semplice ma molto efficace: un giorno la cittadina di Midwich, in Inghilterra, viene come colta da un black out collettivo: tutti svengono, come morti. 
Qualcuno che abita nei dintorni non tarderà ad accorgersi della cosa, tanto che l’esercito, avendo persino identificato il punto in cui la gente sviene, delimita l’area perché non vi entri nessuno. 

Tuttavia, le persone, così come sono svenute, così si riprendono, tutte assieme, e il bizzarro incidente viene dimenticato… almeno fino a qualche settimana dopo, quando tutte le donne fertili del paese scoprono di essere incinte… persino le fanciulle che “non hanno conosciuto uomo”, per dare le parole a una ragazzina che, di fronte al suo medico, non si capacita della cosa, non trovando appunto le parole.

Tra le donne in attesa, c’è anche Anthea, moglie di Gordon Zellaby, uno scienziato locale che, in accordo con i vertici dell’esercito, si occupa dei bambini una volta nati: essi si dimostrano tutti estremamente precoci nello sviluppo fisico, e inoltre estremamente intelligenti, ma soprattutto, ciò che comincia a divenire inquietante, estremamente somiglianti tra di loro con quei loro capelli biondo-bianco-albini, ed estremamente freddi e calcolatori.

Anzi, sembrano persino avere dei poteri particolari, tanto da mettere in allarme adulti e governo… anche perché si scopre che la medesima cosa è avvenuta in altre parti del mondo, e sempre con risultati violenti.

Il villaggio dei dannati ha fascino, non lo si può negare; un po’ per i tempi che furono, un po’ per il nettissimo e pulitissimo bianco e nero, un po’ per la trama accattivante, benché sostanzialmente semplice.

E proprio la semplicità è forse l’unica nota dolente del film, a cui forse sarebbe giovata una lunghezza eccessiva e una maggiore descrizione degli eventi, che invece vanno avanti in modo un po’ facilone e poco realistico.

Il fascino rimane comunque, tanto che probabilmente mi vedrò anche il seguito La stirpe dei dannati, di qualche anno successivo.

Fosco Del Nero



Titolo: Il villaggio dei dannati (The village of the damned).
Genere: fantastico, thriller, drammatico.
Regista: Wolf Rilla.
Attori: George Sanders, Barbara Shelley, Michael Gwinne, Michael Gwynn, Laurence Naismith, John Phillips, Richard Vernon, Jenny Laird, Richard Warner, Thomas Heathcote.
Anno: 1969.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 14 ottobre 2015

Another Earth - Mike Cahill (film fantascienza)

Da poco ho visto il film I origins, che mi aveva consiglio un mio lettore, e che mi era piaciuto, tanto che avevo deciso di cercarmi anche il precedente film del regista Mike Cahill, ossia Another Earth.

Tra i due vi sono delle forti somiglianze, sia riguardo il genere, sia riguardo lo stile registico, ma anche perché la protagonista è la stessa, Brit Marling, che peraltro è anche co-sceneggiatrice e co-produttrice del film recensito oggi.

Partiamo subito con la trama sommaria di Another Earth: in un prossimo futuro non precisato viene scoperto un pianeta del tutto simile alla Terra, tanto simile che esso viene chiamato Terra 2, e tanto vicino che si vedrà grande nel cielo, affiancato dalla Luna 2.
Proprio Terra 2 influirà grandemente nella vita della protagonista della storia Rhoda Williams (Brit Marling), una studentessa universitaria, e precisamente in due frangenti.
Nel primo essa, tornando a casa in macchina da una festa, guarda dal finestrino per cercare di scorgere il nuovo pianeta nel cielo notturno, causando così un incidente mortale, in cui moriranno una donna e suo figlio, mentre il marito, John Burroughs (William Mapother; già visto in Lost), entrerà in coma ma poi si risveglierà.
Il secondo frangente riguarda una sorta di concorso per essere spediti proprio su Terra 2, che nel frattempo si è scoperto essere una sorta di…

Another Earth è un film piuttosto strano. Intanto, si vede la sua realizzazione low budget, anche se la buona idea sullo sfondo e la realizzazione semplice ma curata affievoliscono fortemente la sensazione di trovarsi di fronte a un prodotto non troppo ricco…
… che non è ricco fuori, ma lo è dentro, muovendosi tra fantascienza, dramma umano, psicologia e amore.

Anzi, a dirla tutta Another Earth è l’esempio di come si possa ottenere un buon prodotto pur senza spendere una barca di soldi, e non a caso il film ha ricevuto svariati riconoscimenti, avviando di fatto la carriera di regista di Mike Cahill, nonché quella di attrice di Brit Marling.

Detto dell’originalità dell’idea di fondo, nonché del potenziale quasi infinito da essa consentito, e per forza esplorato solo in una piccola parte (sia come trama, sia come concetti filosofico-esistenziali), e anche della buona prova dei due attori principali (quasi gli unici, a dire il vero), ora dico cosa non ho gradito troppo: intanto la scelta registica di portare la telecamera quasi sempre in spalla a volte paga e a volte no, tanto che in talune circostanze sembra di trovarsi di fronte a veri e propri errori di regia; in secondo luogo, il film è spesso silente, nelle parole e nella musica di sottofondo, certamente a voler sottolineare i processi interiori dei protagonisti, ma spesso esagerando e rischiando non la noia ma comunque un po’ di astenia; infine, se la Marling è gelida e algida al punto giusto per i film colti e intellettuali di Cahill, anche qui c’è un rischio, ed è quello di un’eccessiva freddezza, che infatti ogni tanto fa capolino qui e lì.

Comunque, sono cose secondarie, e nel complesso Another Earth è un buon film, e la coppia Cahill-Marling (che non a caso era coppia anche fuori dal set) funziona.

Fosco Del Nero



Titolo: Another Earth (Another Earth).
Genere: fantascienza, drammatico, psicologico, sentimentale.
Regista: Mike Cahill.
Attori: Brit Marling, William Mapother, Kumar Pallana, Jordan Baker, Flint Beverage, Robin Taylor,Joseph A. Bove, Natalie Carter, Diane Ciesla.
Anno: 2011.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.