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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 27 maggio 2015

Cenerentola a Parigi - Stanley Donen (film commedia)

Non avevo mai visto Cenerentola a Parigi, film assai famoso, mentre al contrario ho visto un paio di volte Colazione da Tiffany, altro celeberrimo film con Audrey Hepburn, attrice e film che mi sono sempre piaciuti.
Mi sono dunque accostato a Cenerentola a Parigi attendendomi qualcosa del genere, ma trovando viceversa un prodotto ben diverso, e a me molto meno gradito.

Intanto, se siamo sempre sul genere commedia sentimentale, i contorni sono assai differenti: più lieve ed emotivo Colazione da Tiffay, decisamente più cerebraloide Cenerentola a Parigi, che peraltro si sposta sul genere musical, diretto non a caso da Stanley Donen, considerato il guru dei film musicali dell’Hollywood degli anni 50. 

Ecco in grande sintesi la trama del film: Maggie Prescott (Kay Thompson), la direttrice della rivista di moda Quality, va in giro per New York insieme al fotografo Dick Avery (Fred Astaire; L’ultima spiaggia) alla ricerca di una location adatta al loro ultimo servizio di foto.
Si imbattono così in Jo Stockton (Audrey Hepburn; Colazione da Tiffay, Vacanze romane, Sabrina), commessa in una libreria piuttosto intellettuale (sia la libreria sia lei).
Dick rimane colpito dalla giovane, tanto da proporla come nuova ragazza immagine della rivista.

In Cenerentola a Parigi tutto è irreale, ma non nel senso buono del termine, quello un po’ magico e surreale che accompagna le grandi storie, ma nel senso per me poco interessante del termine, per cui le cose avvengono in modo poco credibile e sensato: l’invasione della libreria, la scelta della ragazza, la storia d’amore tra la bella 28enne e il 58enne strambo, le relazioni tra i vari personaggi.
Il tono piuttosto cerebrale del film, peraltro, per me è un forte peggiorativo del tutto, e nemmeno il lato musical riesce a sollevare il prodotto, che risulta piatto anche su quel versante (e non a caso nessuna canzone di quelle incluse nel film è divenuta famosa).

Quel che è peggio è che il film ha un che di conservatorismo e arretratezza culturale decisamente poco gradevole, ma su questo punto lascio alla singola persona le valutazioni.

In conclusione, nel complesso Cenerentola a Parigi non mi è piaciuto per niente, né nei personaggi (finto intellettuale quello di Audrey Hepburn, gretto e maschilista quello di Fred Astaire, semplicemente molesto quello di Kay Thompson) né nella trame, così come nelle musiche.
Insomma, bocciato, e Colazione da Tiffany rimane ben lontano…

Fosco Del Nero




Titolo: Cenerentola a Parigi (Funny face).
Genere: commedia, musicale, sentimentale.
Regista: Stanley Donen.
Attori: Audrey Hepburn, Fred Astaire, Kay Thompson, Michel Auclair, Robert Flemyng, Dovima Anno: 1957.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

giovedì 21 maggio 2015

Elementalors - Takeshi Okazaki (manga)

Ogni tanto mi riprendo qualcuno dei manga che avevo comprato quando ero ragazzino e me lo rileggo…
… e devo dire che pochi resistono all’assalto del tempo. O meglio, all’assalto della crescita personale e quindi del vedere la medesima cosa con occhi nuovi. 

Questo a maggior ragione se il fumetto in questione non mi aveva fatto impazzire neanche da ragazzino, ed è questo il caso di Elementalors, manga di Takeshi Okazaki scritto tra il 1990 e il 1995, ad un ritmo quindi lentissimo, contando che si compone di soli 7 volumetti, che in origine peraltro erano cinque tankobon (che sono i volumetti giapponesi, solitamente piuttosto corposi e spesso in Italia diluiti in più stampe).

Intanto, una curiosità: Takeshi Okazaki era uno degli assistenti di Izumi Matsumoto, il celebre mangaka che aveva creato l’ancor più celebre Kimagure Orange Road, sarebbe a dire il fumetto poi diventato cartone animato conosciuto in Italia come È quasi magia Johnny. La curiosità è data dal fatto che un altro degli assistenti di Matsumoto era Kazushi Hagiwara, che poi di lì a breve avrebbe disegnato per conto suo Bastard, ossia un manga di ambientazione fantasy caratterizzato da magia, violenza e una certa aria sexy esattamente come Elementalors… evidentemente i due allievi erano stufi del tono da commedia sentimentale del loro maestro.

Se Bastard non lo conosco quasi per nulla (ne avevo letto due volumetti pescati a caso e non mi aveva interessato a sufficienza), Elementalors al tempo lo avevo preso… se mi ricordo bene dopo essere stato colpito in positivo da Dark Angel di Kia Asamiya, che veniva pubblicato qua da noi da Planet Manga nel medesimo periodo e nel medesimo formato. E anche il genere sembrava simile, cosicché, giacché Dark Angel con i suoi disegni così belli ed eleganti mi era piaciuto molto, avevo tentato anche con Elementalors.

Tuttavia, tanto l’ambientazione quanto la caratterizzazione dei personaggi erano nettamente inferiori nel manga di Takeshi Okazaki (quanto ai disegni, dipende dai gusti), che difetti avevo messo da parte per non rileggerlo mai più (mentre alcuni tra i miei manga preferiti li ho riletti anche quattro o cinque volte), almeno fino ad adesso… e in effetti forse sarebbe stato meglio continuare il periodo!

Per carità, Elementalors non è del tutto pessimo, ma “solo” gravemente insufficiente: i personaggi sono relativamente molti, considerando il basso numero di albi, ma non sono presentati bene, tanto che spesso si deve ricorrere alla pagina di riassunto per ricordarsi chi è chi; gli eventi si susseguono rapidi, ma un po’ raffazzonati, spesso forzati, e la causa che sta dietro il tutto spesso non è chiara o non convince.

Per non parlare del finale, praticamente assente e messo lì probabilmente solo per chiudere la pubblicazione… a distanza di cinque anni, peraltro, segno che l’autore non ci ha investito troppe energie… e si vede.

Comunque, dopo averlo mezzo distrutto, ne accenno vagamente la trama: gli elementalor sono degli umani capaci di controllare gli spiriti degli elementi, ognuno in misura della propria forza; ad essi dunque gli spiriti risponderanno in gran numero o in numero ridotto, e ci saranno così elementalor con 50.000 spiriti o elementalor con 1.000.000 di spiriti (la media è sui 100.000 comunque). Il più forte di tutti, quello cui spetta di diritto la spada sacra dell’etere, è proprio l’elementalor dell’etere, che si rivela essere il giovanissimo Kagura, adolescente che fino al momento del “risveglio” aveva come unica preoccupazione quella di conquistare la coetanea Asami.
Beh, e anche dopo a dire il vero…
Ad ogni modo, Kagura verrà preso sotto l’ala protettrice della bella elementalor Tsuyuha, che gli insegnerà le cose più importanti prima dello scontro finale con Shiki, il forte elementalor dell’acqua che ambisce ad essere il più potente tra tutti.

In conclusione, Elementalors di Takeshi Okazaki, pur presentando una certa vivacità, non si dimostra fumetto di sufficiente interesse… almeno ai miei occhi attuali.

Fosco Del Nero



Titolo: Elementalors (Seireitsukai).
Genere: manga, fantasy, drammatico.
Regista: Takeshi Okazaki.
Anno: 1990-1995.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 20 maggio 2015

La fine è il mio inizio - Jo Baier (film drammatico)

Da anni sono un fan di Tiziano Terzani, e precisamente da quando, durante la preparazione dell’esame di "Storia e istituzioni dell’Asia Orientale", mi lessi In Asia, cui poi seguirono altri libri.

E cui poi seguì, soprattutto, l’interesse per le tematiche esistenziali-spirituali, che poi è ciò verso cui Terzani ha diretto la sua vita: dopo l’esplorazione esterna, l’esplorazione interna.

Era dunque solo questione di tempo prima che vedessi il film La fine è il mio inizio, tratto dall’omonimo libro di Tiziano Terzani, risultato di una collaborazione a quattro mani con il figlio Folco, avvenuta poco prima della morte di Tiziano, tanto che il libro è uscito postumo.

Preciso che non ho letto il libro in questione, e che quindi ho visto il film “pulito”, senza riferimenti precedenti.
E, detto ciò, passo subito alla trama del film, in realtà davvero semplice: Tiziano Terzani è vicino alla morte, e in previsione della stessa convoca il figlio Folco, che vive negli Usa, al suo capezzale, ossia sui monti dell’Orsigna, dove lui e la moglie Angela stanno in una sorta di ritiro simil-himalayano.
Qui, i due parlano a lungo, e Folco raccoglie il materiale per il libro in questione. 

Dico subito una cosa: non mi ha convinto il casting, né Bruno Ganz nei panni di Tiziano Terzani, né Elio Germano nei panni di Folco Terzani, e già questo è un difetto grave per un film basato essenzialmente sui dialoghi tra due personaggi.
Ho inoltre qualche dubbio sul fatto che Terzani sia stato rappresentato al meglio, ma questa è una sensazione mia.
Altra cosa: certe scene sono un po’ frettolose, mentre certi dialoghi un po’ forzati.

Detto questo, parliamo anche dei due punti forti del film: la bellezza dei panorami e della natura, e alcuni dialoghi a sfondo esistenziale.
E con contenuti tanto importanti che non ho potuto non trascriverli e riportarli qui.
Ecco alcuni tra i più ispirati:

“Sinché l’uomo non cambia, sinché l’uomo non fa questo salto di qualità, sinché l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, al proprio interesse, tutto si ripete e si ripete in modo costante.
E da qui il mio passo verso l’unica rivoluzione che può servire, che è la rivoluzione dentro di noi.”

“Io sono un fallito come meditatore, non ci sono tanto portato: riesco a restare seduto in silenzio una mezz’ora, a volte anche un’ora, posso creare intorno a me un po’ di quiete per lasciare che la mente si calmi, ma non sono mai diventato un esperto di meditazione.
Il mio maestro diceva sempre: ‘Ho visto tante galline sedute a covare le uova, ma nessuna di loro ha mai raggiunto l’illuminazione’.
Non si tratta soltanto di stare seduti, bisogna entrare in un altro stato: uno stato in cui tutto il resto svanisce: i rumori, il cinguettio degli uccelli, le passioni, le delusioni… raggiungi quel vuoto… e quel vuoto sei tu, il tu della grande totalità.
E non parlo soltanto dell’umanità, ma del cosmo.
E se cominci a vedere le cose in questo modo, allora anche loro cominciano a cambiare.”

“Dopo aver in fondo sostenuto l’idea delle guerre giuste, delle guerre che vanno fatte, io ho capito che nessuna guerra porta al fine che promette.
La guerra porta solo altro dolore, altra miseria, distruzione, morte.
E allora, come Gandhi avrebbe detto, se noi continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto, torniamo a dove eravamo prima. È così ovvio.
Ora ci sono le guerre giuste, le guerre umanitarie… che cosa significa? La guerra è guerra, e non c’è nessuna guerra che ha messo fine alle guerre.”

“Qualunque identità è limitativa: tu non hai la possibilità di essere nient’altro.
Proprio perché non sono niente di specifico, mi posso permettere di pensare che sono tutto.
La verità è una terra senza sentieri.”

“Chi tiene assieme tutta questa roba? Chi o cosa?
Chi fa cantare gli uccellini?
C’è questo essere cosmico, e se tu per un attimo hai la folgorazione di appartenergli, non hai più bisogno d’altro dopo.
Ed è lì che cominciamo.”

“La natura segue il suo corso.
Tu muori… ma che gliene importa?
Stai male… vabbè, passerà.
La natura continua, maestosamente distaccata: niente l’altera, niente la eccita.
Perché non imparare questa lezione?”

“L’altro giorno mi hai chiesto che cosa vedo quando guardo il mondo.
Prima vedevo me separato da quello che vedevo.
Ora non vedo più quella separazione: mi vedo come parte di tutto.
Allora è un tutt’uno, e quando vedi tutt’uno le cose cambiano immensamente.”

E dopo questo po' po' di riporto, la recensione si conclude: nel complesso, La fine è il mio inizio mi è piaciuto, giacché vi sono contenuti importanti e bellezza visiva, ma sono certo che il film avrebbe potuto essere qualcosa di molto più importante (e ispirante per tante persone), e che quindi sia stata un’occasione sprecata.

Fosco Del Nero



Titolo: La fine è il mio inizio.
Genere: drammatico, esistenziale.
Regista: Jo Baier.
Attori: Bruno Ganz, Elio Germano, Erika Pluhar, Andrea Osvart, Nicolò Fitz-William Lay.
Anno: 2010.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui

giovedì 14 maggio 2015

Gravity - Alfonso Cuaròn (film drammatico)

Gravity è stato certamente uno dei titoli di maggior effetto e impatto degli ultimi anni, a cominciare dal ricco budget (si pensi che alla sola Sandra Bullock sono andati 70 milioni di dollari tra cachet e partecipazioni agli utili), per proseguire con la scenografia spaziale, davvero spettacolare, per concludere con l’incetta di nomination e premi fatta agli Oscar, Golden Globe, Bafta, etc etc. 

Spettacolari anche gli incassi al cinema, in tutto circa 280 milioni di dollari, segnale di un complessivo ottimo gradimento del film, tanto presso il pubblico quanto presso la critica.

Andrò quindi un poco controcorrente con la mia valutazione sufficiente o poco più: l’aspetto positivo è legato alla bellezza visiva del film, nonché alla spettacolarità di molte scene. Anche la regia è di valore, e d’altronde dietro la macchina da presa c’è Alfonso Cuaròn (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Y tu mama también).
Davanti alla macchina, invece, ci sono Sandra Bullock (Demolition men, Speed, Un amore tutto suo, The blind side) e George Clooney (Dal tramonto all’alba, L’uomo che fissa le capre, Burn after reading - A prova di spia, Fratello, dove sei?, Ocean's eleven), due big di Holllywood.

E, visto che ci siano, accenniamo brevemente alla trama: la dottoressa Ryan Stone sta affrontando la sua prima missione spaziale, ed è impegnata in una manutenzione, quando la squadra comandata dall’astronauta Matt Kowalsky, alla sua ultima missione prima della pensione, riceve una pessima notizia da Houston: un missile russo (certo che proprio non ce la fanno ad evitare nazionalismi e manipolazioni mediatiche…) ha colpito un satellite in disuso e ciò causerà un’onda di detriti proprio sullo Space Shuttle Explorer su cui stavano lavorando.
Da qui, inizia una sorta di epopea ad alta tensione, che in realtà dura poco ma che, non lasciando nessuna tregua ai protagonisti (e nemmeno agli spettatori), risulterà davvero ansiogena.

E questo è il secondo connotato del film, dopo l’alta spettacolarità di cui abbiamo già detto: il film è altamente ansiogeno, sia per il suo stile action, sia per l’ambientazione dello spazio, nonché il senso di impotenza che invade la protagonista Ryan Stone e di conseguenza chi la guarda.

Il terzo connotato del film, purtroppo, sono dei dialoghi (o dei monologhi) un po’ troppo faciloni, e anzi a tratti assai pacchiani, ciò che mi ha impedito di assegnare all’opera una valutazione maggiore. 

Gravity in realtà è stato criticato anche per la fortissima improbabilità di quanto avviene nello spazio vicino alla Terra, dove per l’appunto vi sono i satelliti, cosa che ho supposto io stesso durante la visione del film e di cui ho trovato conferma in seguito, ma l’elemento che mi ha parzialmente deluso non è questo, giacché alla fine lo si guarda quasi come un film di fantascienza, ma proprio certi dialoghi e certe reazioni emotive tra il grossolano e il superficiale (e non mi riferisco al personaggio guascone di George Clooney, ma al personaggio hollywoodian-popolare di Sandra Bullock).

Ad ogni modo, Gravity è un film che merita di esser visto anche solo per la sua altissima spettacolarità e bellezza visiva.

Fosco Del Nero



Titolo: Gravity (Gravity).
Genere: drammatico, psicologico.
Regista: Alfonso Cuaròn.
Attori: Sandra Bullock, George Clooney.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 13 maggio 2015

Berserk - L’epoca d’oro - 3 - L’avvento - Toshiyuki Kubooka (film animazione)

Ed eccomi qui con il terzo film di quella che per ora è la trilogia animata dedicata a Berserk, il capolavoro manga di Kentaro Miura
Dopo aver visto L'uovo del re dominatore (mediocre) e La conquista di Doldrey (discreto-buono), è il turno de L’avvento

Intanto una precisazione: a differenza dei primi due film, che avevo visto in italiano, questo l’ho visto direttamente in giapponese… ma devo dire che la qualità delle voci non è migliorata: Gatsu continua a non convincermi, e non parliamo di Caska, a cui questi tre film non hanno minimamente reso giustizia, cosa che si vede nettamente nel rapporto amoroso che sopraggiunge con Gatsu in questo terzo film… che, se non si conosce il fumetto originario, sembra sbocciato dal nulla, e anzi senza senso.

Anche la caratterizzazione dei volti continua a non convincermi, così come, ogni tanto, la computer grafica mischiata ai disegni fatti a mano.

Questi sono i principali difetti di questa trasposizione animata, di tutti e tre i film, più presenti però nel primo dei tre, e meno nei due seguenti, che viceversa risultano più godibili.

D’altra parte, abbiamo anche un livello visivo a tratti sontuoso, un’animazione fluida, una colonna sonora anch’essa notevole… e ovviamente la sceneggiatura di Berserk, che non è cosa da poco.

Questo terzo film, come promesso dal titolo, si focalizza per buona parte sull’evento dell’Eclissi, cui dedica ben 40 minuti sull’ora e 40 di tutto il film.
Ed è un’Eclissi ben cupa e violenta, come ci si può immaginare… anche se pure qui ho la sensazione che manchi qualcosa, e che viceversa si sia ecceduto in qualcos’altro (per esempio in scene pruriginose).

Sto comunque cercando il pelo nell’uovo, da vecchio fan di Berserk, consapevole peraltro che è quasi impossibile che una conversione cinematografica rimanga all’altezza di un’opera lunga come un fumetto o una serie di libri.

Nel complesso, questo Berserk - L’epoca d’oro - 3 - L’avvento non è male: è un buon prodotto… che però avrebbe potuto essere ancora meglio con poco.
E comunque continuo a preferire la serie animata del 1997, meno tecnologica ma a mio avviso più fascinosa e rispettosa delle caratterizzazioni originali dei personaggi.

Fosco Del Nero



Titolo: Berserk - L'epoca d'oro - 3 - L'uovo del re dominatore (Berserk ogon - Jidai-hen III: Korin).
Genere: animazione, anime, fantasy, drammatico.
Regista: Toshiyuki Kubooka.
Anno: 2013.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

giovedì 7 maggio 2015

Indiana Jones e l’ultima crociata - Steven Spielberg (film avventura)

Dopo Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta e Indiana Jones e il tempio maledetto, era solo una formalità arrivare a Indiana Jones e l’ultima crociata, completando così l’originale trilogia dedicata al più famoso archeologo-avventuriero di tutti i tempi.

Anche se poi, a dirla tutta, la trilogia iniziale degli anni “80 è poi diventata una tetralogia con Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, diretto nel ben più recente 2008… e guarderò anche quello, così finalmente colmerò la lacuna di Indiana Jones, film che non avevo mai visto se non a spezzoni e singole scene, alcune peraltro molto famose.

I predatori dell’arca perduta non mi aveva entusiasmato, mentre Indiana Jones e il tempio maledetto mi era risultato decisamente più gradevole: l’avventura in Asia tra elefanti e pericolose sette segrete mi aveva affascinato decisamente di più della lotta con i nazisti per trovare l’arca dell’alleanza.

Indiana Jones e l’ultima crociata torna al primo episodio, e anche stavolta Indiana si scontra con i nazisti, stavolta per un artefatto ancora più mitico: il santo Graal, la coppa in cui Gesù avrebbe bevuto durante l’ultima cena, che si dice dotata di poteri talmente tanto taumaturgici da donare la vita eterna e chi beve da esso.

Evidentemente George Lucas, colui che ha sceneggiato le storie di Indiana Jones (mentre il regista è Steven Spielberg) ha un debole per le tematiche religioso-esoteriche… nonché per i nazisti, che poi nella mente dell’americano medio sono i cattivi per eccellenza, per cui suppongo che fosse una scelta di facile presa presso il pubblico statunitense.

La novità in questo terzo film della saga di Indiana Jones è che al protagonista Indiana Jones-Harrison Ford si affianca il padre Henry Jones-Sean Connery, che peraltro impreziosisce il film dal punto di vista della recitazione.

Purtroppo, però, viene in parte meno la vivacità presente nel precedente episodio, derivante in buona parte dal riuscitissimo triangolo Indiana-Willie-Short, che in Indiana Jones e l’ultima crociata lascia il posto al dualismo con il padre Henry e con la bella professoressa austriaca filonazista Elsa Schneider, che tuttavia rimane un po’ sullo sfondo della storia, senza assurgere a vera protagonista, come prova anche il finale.

Quanto al film, Indiana Jones e l’ultima crociata come i suoi predecessori propone tanta azione, fin dal prologo con Indiana Jones giovanissimo, e tanto umorismo, tanto da colmare la poca credibilità dell’intera sceneggiatura… cosa peraltro che non ci si aspetta dai suddetti film, per cui ok.

Nel complesso, Indiana Jones e l’ultima crociata mi è piaciuto, ma a mio avviso è un passo indietro rispetto a Indiana Jones e il tempio maledetto… anche se, a onor del vero, ho sentito “classifiche” completamente invertite rispetto alla mia, per cui suppongo che il gusto individuale faccia la differenza.

Fosco Del Nero



Titolo: Indiana Jones e il tempio maledetto (Indiana Jones and the temple of doom).
Genere: avventura.
Regista: Steven Spielberg.
Attori: Harrison Ford, Sean Connery, Alison Doody, Denholm Elliott, Michael Byrne, John Rhys-Davies, Julian Glover, Kevork Malikyan, Robert Eddison, River Phoenix.
Anno: 1989.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 6 maggio 2015

Il filo del rasoio - Edmund Goulding (film commedia)

Chi mi legge abitualmente sa che ogni tanto vado a ripescare qualcosa dal passato. Di recente, per esempio, sono andato a vedermi Il pianeta proibito (1956), Il buio oltre la siepe (1962), Le folli notti del dottor Jerrill (1963), Cittadino dello spazio (1955) e L’ultima spiaggia (1959).

Oggi, viceversa, è il turno de Il filo del rasoio, film del 1946 che mi sono guardato perché consigliatomi da un mio lettore in quanto film dai contenuti esistenziali di un certo spessore (e inoltre perché volevo vedermi un film con Tyrone Power, il padre di Romina Power, che solo da poco ho scoperto essere stato un attore).

Il filo del rasoio, difatti, è una sorta di precursore di Mangia, prega, ama, col personaggio protagonista che, in crisi di identità e alla ricerca di se stesso, decide di fare diverse esperienze, compreso un periodo di vita in India presso un maestro.

Lo sfondo “interiore” della trama, peraltro, non stupisce una volta che si viene a sapere che il film è tratto dall’omonimo romanzo di William Somerset Maugham, scrittore piuttosto tormentato e controverso, autore di romanzi anche molto impegnati come il mistico Il mago… ispirato alla figura di Aleister Crowley, e qua andiamo direttamente sulla magia, seppur vista con occhi un po’ cupi, come probabilmente erano quelli di Maugham.

Tra l’altro, lo stesso Maugham è un protagonista della storia, che si può sinteticamente riassumere così: Larry Darrell (Tyrone Power) è fidanzato con Isabella Bradley (Gene Tierney), e sembra tutto perfetto, dal momento che i due sono entrambi belli e di buona famiglia, avviati ad una vita agiata a serena negli Usa in piena espansione economica e demografica.

Tuttavia, Larry è alla ricerca di qualcosa, e per ciò è malvisto dallo zio di Isabella, lo snob ma divertente Elliott Templeton (Clifton Webb, premiato per questa interpretazione), che introduce Maugham (Herbert Marshall) presso nipote e amici, tra cui figura anche Sophie Nelson (Anne Baxter, premiata anche lei) con il futuro marito.

Avendo guardato il film al buio, non sapevo né della paternità di Maugham, né dove sarebbe andato a parare, per cui dall’avvio sembrava una commedia di tipo sentimentale piuttosto vivace e piacevole, proprio come ne sono state prodotte tante negli Stati Uniti di quel periodo (sul momento mi viene in mente il gradevolissimo Come sposare una figlia).

Tuttavia, dopo questo abbrivio da commedia, il film prende una piega inaspettata, e va a parlare di ricerca spirituale, di coraggio, dell’andare per la propria strada, dell’intuizione, del giudizio, di crescita interiore, di attaccamento (o non attaccamento) e di amore incondizionato (o condizionato).
Non un programma da poco.

Ovviamente il tutto viene affrontato in termini narrativi, e senza spiegazioni teoriche, per cui, come sempre, le cose saranno visibili sono a chi ha gli occhi per vederle.
Anche se, a dirla tutta, alcuni dialoghi parlano piuttosto chiaro, come questi che seguono.

“È questo il giovane di cui scrivo: non è celebre. Forse quando la sua vita giungerà al termine, egli non avrà lasciato maggior traccia di quella che lascia il sasso che cade nell'acqua. Ma forse la vita che egli si è scelta avrà un'influenza sempre crescente sull'umanità, e molto dopo la sua morte ci si renderà conto che ai nostri tempi viveva una creatura non comune.”

“Venni qui perché ero inquieto, perché ero inquieto, perché la mia mente era tanto confusa.
Venni a cercare le risposte a mille domande. Molte le ho trovate, altre forse non le troverò mai. Ormai non posso fermarmi.”

“- Ma che succederebbe al mondo se tutti fossero come te?
- Già, ma non tutti provano quello che provo io. La maggior parte di loro si contenta di seguire sempre la stessa via e di prendere le cose come vengono. Magari potessi anch'io...
- Ma tutto questo a che cosa ti porterà?
- Non lo so… può darsi che alla fine io trovi qualcosa da donare che gli altri saranno lieti di ricevere.”

“- Ho studiato, ho viaggiato, ho letto tutto quello che mi è capitato, ma nulla riesce a soddisfarmi. Come tutti gli altri desidero riuscire nella vita, e migliorare, ma non secondo l’idea che oggi il mondo in genere ha del successo. Non ho più alcuna fiducia nei valori generalmente accettati. Cerco di entusiasmarmi all’idea di sistemarmi, di fare i miei affari e di fare carriera, ma ciò non fa che aumentare il mio desiderio di migliorare. So perfettamente che quello che cerco potrò condividerlo con l’umanità, ma come trovarlo, e dove?
- Non siete il solo insoddisfatto e annebbiato, figliolo: tutto il mondo è irrequieto e insincero. E sarà sempre così fino a che gli ideali degli uomini non saranno più elevati. Non può esserci vera felicità finché non sapremo trovarla in noi stessi.”

“È scritto che l’uomo saggio vive chiuso in sé, cioè in Dio e nel suo cuore: è la via della calma, della pazienza, della compassione, dell’altruismo e della pace eterna.
La via della salvezza è difficile a percorrersi; così difficile come camminare sul filo di un rasoio.”

“Solo questo sappiamo, ed è in tutte le religioni: in ognuno di noi c’è una scintilla dell’infinita bontà che ci ha creati, e nel lasciare la Terra ci ricongiungiamo in essa, come la goccia che cade dal cielo si riunisce finalmente al mare che l’ha generata.”

“Tre strade portano a Dio: una è il sentiero della fede e dell’adorazione; una è il sentiero delle buone azioni; e la terza è quella che attraverso il sapere porta alla saggezza.
Avete scelto la via del sapere, ma finirete per trovare che i tre sentieri non sono che uno.”

Addirittura nel film vi è il racconto del momento del risveglio del protagonista, cosa che finora, almeno che mi ricordi, non avevo mai visto in un film.
Eccolo nel dialogo tra l’allievo Larry e il maestro indiano:
“- Era il momento che precede la fine della notte e l’inizio del giorno, quando l’intero mondo sembrò tremare in attesa. Gradualmente la luce prese a filtrare attraverso il buio, come una misteriosa figura che scivoli tra gli alberi. Vennero i primi raggi del sole: le montagne, i rami coperti di brina… non avevo mai visto e sentito nulla di simile. Mi sentivo liberato dal corpo, quasi sospeso a mezz’aria, e tutto ciò che prima era stato confuso divenne chiaro per me. Intuii una conoscenza più che umana: avevo spezzato le catene ed ero libero. Sapevo che se fosse durato ancora, ne sarei morto, ma nonostante questo ero pronto a morire piuttosto che rinunziare. Perché in quel momento avevo la sensazione che…
- Che tu e Dio eravate uno.
- Sì. Sono certo che potrei star qui e non stancarmene mai.
- No. Devi tornare. Ora sei pronto per tornare. Non è necessario lasciare il mondo, bensì vivere in esso, e amare gli oggetti del mondo, non solo per se stessi, ma per quel che c’è in essi di Dio.”

Questo avviene grossomodo a metà film, che è piuttosto lungo con i suoi 140 minuti, e non ne è la conclusione come sarebbe probabilmente stato in una storia più positiva e limpida.
Questa, tuttavia, è una storia di W.S. Maugham, e da qui in poi si intravede il tormento interiore dell’autore, che evidentemente qualcosa aveva intravisto, qualcosa aveva percepito, o forse semplicemente qualcosa sapeva, ma non tanto da aver trovato la pace interiore.
Ciò che può essere riassunto in una successiva battuta del film.

“Ti ricordi quella notte a Chicago, quando parlammo al club? Ti dissi che non sapevo se avrei mai trovato me stesso. Ancora no, non del tutto. Ho trovato alcune tra le cose che cercavo, e forse un giorno troverò le altre, e intanto continuerò sempre a cercare.”

Alla fine del film, il protagonista, Larry, è cresciuto, mentre la sua ex fidanzata, Isabella, no, cosa evidente nell’amore incondizionato del primo e nell’amore-attaccamento della seconda: uno è andato avanti e ha creato distanza dall'altra persona, cosa ovvia quando solo una delle due intraprende un cammino di crescita interiore.

E infatti è lo stesso personaggio di Maugham, l'autore della storia, a sottolineare tale distanza a Isabella quand'essa si rende conto di averlo perduto.

“Il suo mondo è distante dal nostro come noi dalla Luna.
Larry ha trovato ciò che tutti cerchiamo, ma invano, e credo che nessuno l'abbia conosciuto senza divenirne più nobile e più buono. Dopotutto, la bontà è la forza più grande che esiste nel mondo.”

Ora concludo brevemente la recensione, sottolineando che il caso non esiste e le energie si muovono sempre in una certa direzione: non è un caso che io sia arrivato a questo film, né il fatto che esso sia stato tratto da un romanzo di Maugham… proprio come, per fare un altro esempio, non è un caso che Mary Poppins sia stato tratto da un romanzo scritto da un'allieva di Gurdjieff: come sempre, l’energia è energia.

In conclusione, Il filo del rasoio è un buon film: scordatevi scenografie spettacolari (quella indiana per esempio è a dir poco naif e molto poco indiana), ma attendetevi dei dialoghi che oscillano tra l’elegante, il raffinato e l’ispirato. Il che, ancora una volta, non è poco.

Un ultimo spunto: vedere vecchi film in bianco e nero, anni "40 e dintorni, ha un sapore particolare se li si guarda con gli occhi dell'impermanenza: tutti gli uomini e le donne che vi hanno recitato sono infatti morti, e infinite cose sono altrettanto morte o mutate da allora... il che da solo è un insegnamento.

Fosco Del Nero



Titolo: Il filo del rasoio (The razor's edge).
Genere: surreale, drammatico, sentimentale.
Regista: Edmund Goulding.
Attori: Tyrone Power, Anne Baxter, Herbert Marshall, John Payne, Clifton Webb, Gene Tierney, Lucille Watson, Frank Latimore, Elsa Lanchester.
Anno: 1946.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.