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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

mercoledì 18 ottobre 2017

Giovane e bella - François Ozon (film drammatico)

La recensione odierna è dedicata a un film francese, Giovane e bella, diretto nel 2013 da François Ozon.

Conosco da anni François Ozon, e l’ho apprezzato in alcuni film, come ad esempio l’incantevole 8 donne e un mistero, cui erano seguiti poi i decisamente meno validi ma comunque in qualche modo originali Ricky - Una storia d’amore e libertà e Swimming pool.

Ogni tanto vado a vedermi cos’altro ha prodotto… anche se a dire il vero la direzione che ha preso la sua carriera non mi piace molto, giacché ha perso la freschezza e l’originalità dei primi lavori per dirigersi verso opere drammatiche e tendenti a nudità ed erotismo.

Come purtroppo anche il film odierno, che mi sa tanto che sancisce la fine del mio seguire il regista francese.

Andiamo subito alla trama di Giovane e bella: Isabelle (Marine Vacht) è una diciassettenne figlia di buona famiglia. I genitori sono separati e lei vive con madre, patrigno e fratello minore, ma tutto sommato le cose vanno bene e non le manca niente.

Nel mondo di fuori, almeno, ma nel mondo interiore evidentemente la ragazza ha qualche vuoto, nonché qualche squilibrio, tanto che inizia a dedicarsi alla prostituzione: volontaria, e d’alto borgo, con ricchi uomini pronti a sborsare 300-400 euro per volta, ma pur sempre prostituzione.

Ad accompagnarla, nonché ad accompagnare in generale la vita della ragazza, una freddezza, un vivere le cose in modo algido e distaccato, che ne testimonia il disamore e il disagio interiore.
Peraltro, se dapprima i suoi familiari non sospettano niente, dopo un incidente…

Giovane e bella è tutto qui: un film drammatico-psicologico sulla prostituzione volontaria di alto borgo… che però più che una disamina psicologica della questione sembra una scusa per mettere in mostra la bellezza dell’attrice protagonista, giacché il regista non cerca nemmeno di spiegare, limitandosi invece a filmare.

Quanto alla protagonista, ha un viso molto bello: perlomeno va dato atto al regista, o comunque a chi si è occupato del cast, di aver piazzato davanti alla telecamera una bellezza che buca letteralmente lo schermo, soprattutto nei primi piani.

Non basta di certo, però, e anzi in tutto il film aleggia una certa atmosfera di vuoto e di superficialità che certamente non è un buon intrattenimento.
E che peraltro dista anni luce dalla tipica leggerezza dei film francesi, o perlomeno delle commedie, che preferisco nettamente. 

Insomma, per tirare le somme con Giovane e bella, arrivederci François Ozon.

Fosco Del Nero



Titolo: Giovane e bella (Jeune et jolie).
Genere: drammatico, psicologico.
Regista: François Ozon.
Attori: Marine Vacth, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Fantin Ravat, Johan Leysen, Charlotte Rampling, Nathalie Richard.
Anno: 2013.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

martedì 17 ottobre 2017

Planet 51 - Jorge Blanco, Javier Abad, Marcos Martinez (film animazione)

Amo l’animazione e amo il genere fantastico, così come amo l’umorismo, per cui era solo questione di tempo prima che vedessi Planet 51, film che per l’appunto riunisce tali tre filoni.

Cominciamo col dire una cosa: certi film nascono con un’ambizione, quella di essere dei capolavori e di essere ricordati come tali, mentre altri nascono con un’ambizione più modesta, quella di essere un semplice intrattenimento.
Un buon intrattenimento, possibilmente, questo è chiaro.

Planet 51 appartiene a questo secondo filone, e non ha affatto velleità riguardo al primo.

Si tratta peraltro di un film estremamente citazionista, a cominciare dal titolo, che richiama la famosa Area 51, che però, nel sovvertimento dei ruoli tra terrestri e alieni, diventa Area 9, mentre il pianeta è il Pianeta 51, un pianeta sul quale si reca l’astronauta solitario Charles Baker, che viene però scambiato per un alieno minaccioso e invasore.

Il fatto è che egli è capitato in una sorta di anni "60 alieni: città, macchine, musica e cultura dicono anni "60, con tanto di frangia di figli dei fiori.
In tale contesto, andavano di moda i film di fantascienza sugli alieni invasori, e in questo caso l’alieno invasore era per l’appunto un essere umano.

Nel corso della storia vi sono altri riferimenti: da Independence day a Star wars, da Alien a Terminator, da Cantando sotto la pioggia a 2001 Odissea nello spazio.
E sospetto che vi fosse un qualche accenno anche a Ritorno al futuro.

E, nel corso della storia, Charles conoscerà tanti alieni, dal Generale Grawl, deciso ad annientarlo a tutti i costi, al Professor Kipple, deciso a estrargli il cervello a tutti i costi per studiarlo.
Ma soprattutto conoscerà Lem, Skiff ed Eckle, che lo aiuteranno a fuggire.
Menzione anche per l’adorabile robottino Rover.

Nel complesso Planet 51 è un film caruccio, simpatico e scorrevole, che spesso fa sorridere e a tratti anche ridere (memorabile la scena della sparatoria multipla nella base segreta aliena), ma che non ha la stoffa del fuoriclasse.
Un lavoro ottimamente compilato ed eseguito, ma non di prima fascia per la quale gli mancano profondità e spessore.

Comunque, ripeto: un film d’animazione carino e gradevole.

Fosco Del Nero



Titolo: Planet 51 (Planet 51).
Genere: animazione, fantascienza, comico.
Regista: Jorge Blanco, Javier Abad, Marcos Martinez.
Anno: 2009.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 10 ottobre 2017

The boy and the beast - Mamoru Hosoda (film animazione)

Finora avevo visto un solo film girato da Mamoru Hosoda, ossia La ragazza che saltava nel tempo, che mi era piaciuto nettamente.
Oggi arrivo a quota due con The boy and the beast, di cui avevo letto ottime recensioni in rete.

Partiamo subito con la trama sommaria: Ren è un bambino che, scappato da un appartamento di Shibuya, ossia uno dei quartieri di Tokyo, finisce per caso in un mondo parallelo: Jutenkai, il  Regno delle bestie. In esso non vi sono uomini, ma solamente animali senzienti, che vivono in una società in tutto e per tutto simile a quella umana, tranne che è meno tecnologica ed è più a contatto con la natura e l’energia della vita.
E anche con le arti marziali, tanto che a breve si svolgerà l’incontro tra due maestri per decidere chi sarà il successore come gran maestro del regno in questione (il maestro attuale sta per andare in pensione diventando una sorta di dio).

Ren è ovviamente spaesato, ma troverà una casa in quella di Kumatetsu, uno dei due candidati al titolo di gran maestro… e senza dubbio dei due quello più impulsivo e più rozzo, tanto che tra i due si svilupperà da subito un rapporto di conflitto.
Sta di fatto che Ren, ribattezzatoda Kumatetsu Kyuta, rimane da lui, e si allena per diventare guerriero, a sua volta aiutando Kumatetsu ad affinare la sua lotta.
Nel mentre passano gli anni: Ren diviene adolescente, e diviene un forte guerriero… e un giorno, anche stavolta per caso, trova la strada per tornare a casa.

The boy and the beast dura quasi due ore, e sono due ore meravigliose: l’animazione è bellissima, con immagini ben disegnate, movimenti fluidi e colori belli e vivaci.
È tutto davvero bello sia sul versante Tokyo, sia sul versante Regno delle bestie, cosa doppiamente meritoria.

L’incipit della storia, col bambino che a Tokyo incontra per caso una bestia mascherata da uomo, e che subito dopo incappa nel passaggio segreto tra i due mondi, è davvero invitante, ma quel che è più accattivante è l’ambientazione generale: raramente ho provato la sensazione, guardando un film d’animazione, che tutto fosse così ben fatto e accogliente.
E quando dico raramente, dico Miyazaki… e infatti da qualcuno Mamoru Hosoda è già stato indicato come il nuovo Miyazaki.
Non che il vecchio se ne sia già andato, per fortuna, e anzi abbiamo anche il figlio al lavoro… per cui diciamo che tre sono meglio di uno.

Oltre all’incipit, all’ambientazione e all’animazione, è buona anche la caratterizzazione dei personaggi, tanto che mi piacerebbe rivedere The boy and the beast in lingua originale, che di solito prediligo (amo il suono del giapponese, pur non parlandolo), mentre stavolta avevo optato per l’italiano, trovando comunque un buon doppiaggio.

Un commento sulla trama: forse è l’elemento considerabile più debole, visto che non è nulla di trascendentale, e che anzi rispetta alcuni cliché, peraltro in buona parte prevedibili (l’elemento della balena, nel dettaglio, poteva tranquillamente essere evitato).
Ma The boy and the beast non è un film di trama, bensì un film di bellezza e di insegnamenti. Già, perché oltre alla bellezza visiva, esso propone anche situazioni e frasi che ne fanno una sorta di film di formazione… rispettando anche in ciò la tradizione dei film d’animazione giapponesi che li vuole educativi per grandi e piccoli, e non intrattenimento leggero per bambini o per famiglie come spesso sono in Occidente.
In tal senso, il film va a parlare di percorso interiore, di acquisizione di forza, di perdono.

A testimoniare ciò, ecco alcune frasi estrapolate dal film:

“I mondi in cui noi bestie e gli esseri umani abitiamo sono separati, perché questi ultimi, che sono così fragili, spesso permettono alle tenebre di dimorare nei recessi del loro cuore.”

“Devi impugnare la spada nel cuore.”

“Un potere esiste non per essere ostentato, ma per essere amministrato.”

“Se sei un maestro, comportati come tale.
Ti arrabbi per un nonnulla.
Rinunci subito, dicendo che è impossibile.”

“Con il dovuto rispetto, vi domando ‘che cos’è la forza’?”

“Io non ho muscoli d’acciaio, tuttavia, ecco: sono in grado di creare delle illusioni.
Non le sottovalutate: a volte le illusioni sono più sincere della verità, e questa in parole povere… questa è la forza.”

“La forza? Chiedere questo a me non ha senso: io me ne sto sempre seduta qui come una pietra, nei giorni di pioggia come nei giorni di vento.”
“Perché mai?”
“Per dimenticare il tempo, per dimenticare il mondo, per dimenticare anche me stessa e così trascendere anche la realtà.”

“Trova da solo il significato delle cose.”

“Non farti schiacciare.
Non devi perdere.
Tira fuori la tua forza”

“Cosa fai, dormi?
Sveglia!”

“Il protagonista vuole vendicarsi dell’abominevole balena che gli ha portato via una gamba, ma in realtà, se analizziamo bene, non starà combattendo contro se stesso?”
“Contro se stesso?”
“In altre parole, la balena è uno specchio in cui si riflette.”
“Uno specchio?”

“Non vuoi sapere più cose, oltre a quelle che hai già imparato?”

Con tutta questa bellezza… il film è stato proiettato nei cinema italiani per ben due giorni, e non ha nemmeno un commento su Amazon.
In Giappone, invece, incassi super. Quanto alle recensioni, ora c’è almeno questa.

Mamoru Hosoda dunque è promosso in pieno: mi vedrò anche gli altri suoi lavori, Wolf children e Summer wars, che poi sono i lavori di mezzo tra La ragazza che saltava nel tempo e The boy and the beast.

Fosco Del Nero



Titolo: The boy and the beast (Bakemono no ko).
Genere: animazione, fantastico, fantasy, azione, commedia.
Regista: Mamoru Hosoda.
Anno: 2015.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 3 ottobre 2017

Broken flowers - Jim Jarmusch (film drammatico)

Sin da quando vivi per la prima volta Ghostbusters, divenni un fan accanito di Bill Murray, tanto che lo vidi in tanti altri suoi film.
Alcuni di valore, come Ricomincio da capo, S.O.S. fantasmi, Le avventure acquatiche di Steve Zissou.
Alcuni solo decenti: Ghostbusters 2, Osmosis Jones, Rushmore.

Cito anche le sue comparsate in ruoli da non protagonista (con la qualità media dei film che è piuttosto alta): Benvenuti a Zombieland, I Tenenbaum, Tootsie, La piccola bottega degli orrori, Ember - Il mistero della città di luceIl treno per Darjeeling, Grand Budapest Hotel, Moonrise Kingdom.

Insomma, l’ho visto parecchie volte… una volta di più con Broken flowers di Jim Jarmusch.

Di cui ecco la trama sommaria: Don Johnston (Bill Murray) è un dongiovanni cinquantenne, felice della sua condizione di scapolo, nonostante abbia accanto l’esempio di Winston (Jeffrey Wright) e della sua famiglia felice.
Lo turba poco il fatto che lo molli la sua ultima e ben più giovane amante Sherry, mentre lo turba decisamente di più il ricevere la lettera di una sua antica fiamma che gli comunicava che, quando avevano rotto venti anni prima, lei era rimasta incinta e aveva cresciuto da sola il figlio che era anche suo.

La lettera però non era firmata, né indicava alcuna prova della sua provenienza, ma solo vaghi indizi.
Don lascerebbe pure correre, ma l’amico Winston, appassionato di gialli e di investigazioni, no, tanto che questi predisponde al primo una sorta di viaggio indagatore, onde scoprire quale è la madre tra le potenziali ex ragazze.

Tra di esse, tra l’altro, abbiamo Sharon Stone, Jessica Lange e Tilda Swinton… col cast che dunque non è affatto male.

Broken flowers è una sorta di viaggio on the road, fatto in solitaria, come solitaria è per certi versi la vita di Don, ma il viaggio più all’esterno è fatto all’interno, ed è un viaggio di riflessione e di esplorazione.

Il tutto assume quasi un sapore documentaristico, anche perché il film è tutt’altro che rumoroso: Murray offre spesso il suo volto in-espressivo ai primi piani del regista, la colonna sonora è quasi del tutto assente, i personaggi sono pochi, non vi è rumore di fondo, cosa che accentua per l’appunto l’elemento interiore in luogo di quello esteriore.

Sulle prime, ho avuto una sensazione non positiva, nel senso che Murray non mi sembrava adatto al ruolo del dongiovanni impenitente, però devo dire che andando avanti il film funziona: il personaggio di Winston gli dà quella vivacità sufficiente a non annoiarsi, affiancato in questo anche dal bailamme delle ex ragazze di Don.

Finale quasi incredibile, nel senso che si rimane a bocca aperta per come il film termina con un nulla di fatto: forse sarebbe stato meglio piazzare qualcos’altro, ma tant’è, Broken flowers termina in questo modo ed è comunque un buon film.
Non trascendentale, non imperdibile, ma un discreto film.

Fosco Del Nero



Titolo: Broken flowers (Broken flowers).
Genere: drammatico, psicologico.
Regista: Jim Jarmusch.
Attori: Bill Murray, Jeffrey Wright, Sharon Stone, Frances Conroy, Jessica Lange, Tilda Swinton, Julie Delpy, Chloë Sevigny, Christopher McDonald, Alexis Dziena.
Anno: 2005.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 27 settembre 2017

Inside out - Pete Docter (film animazione)

Parlando di animazione, preferisco nettamente quella orientale a quella occidentale: più matura, più profonda, con maggiore propensione all’arte e meno alla comicità semplice.

Tuttavia, ogni tanto mi guardo anche qualcosa di occidentale (per meglio dire, di statunitense, visto che l’animazione europea, più rara e quasi sempre francese, è ben diversa come stile), e stavolta è toccato a Inside out, film del 2015 vincitore del premio Oscar per l’animazione.
E diretto, va detto, da quel Pete Docter già regista di Monster & Co. e Up, altri film premiati, nonché sceneggiatore di Toy story 1, Toy story 2 e Wall-E.
Insomma, uno che nel ramo ci sa fare… e si vede.
Film Pixar distribuito dalla Walt Disney, per la cronaca.

Partiamo subito con la trama di Inside out, film dagli incassi strepitosi: la protagonista del film è Riley, ragazzina di undici anni vivace e appassionata di hockey che sta traslocando con la famiglia dal Minnesota a San Francisco… con tutto ciò che ne consegue a livello di problematiche, di casa nuova, di diverso stile di vita, di nuova scuola, etc.
Anche se, a dire il vero, le vere protagoniste sono le sue emozioni interiori: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, giacché la storia si svolge soprattutto dentro, e non tanto fuori.

Quattro negative su cinque, scelta curiosa, ma perlomeno l’unica positiva ha una sorta di ruolo da capitano a reggere la baracca.
Da citare anche il simpatico amico immaginario Bing Bong, oramai dimenticato da Riley e vivente nel suo inconscio.

La baracca in questione va disfacendosi per via delle difficoltà di vita di Riley (fuori) e per via di alcuni problemi delle emozioni (dentro).
Di fatto, il viaggio e la storia è più interiore che esteriore, e anzi quanto avviene nella vita di Riley è dipinto come riflesso automatico dei meccanismi emotivi interiori… fatto esistenzialmente interessante, tra l’altro, ma non addentriamoci in questo discorso.

Essenzialmente Inside out è una commedia, con venature umoristiche e fantastiche assai spiccate, anche se non mancano momenti di tristezza.
Nel complesso, il film si fa guardare bene, è supersimpatico e supercolorato, e credo si farà ricordare con facilità, data anche la sua sceneggiatura piuttosto innovativa.

Peccato che gli manchi uno sfondo di profondità più spiccato, che ne avrebbe fatto una sorta di film didattico e di formazione, mentre così è solo una storia piacevole, divertente e originale.

Il che comunque non è poco, intendiamoci, da cui la valutazione nettamente buona.

Fosco Del Nero



Titolo: Inside out (Inside out).
Genere: animazione, fantastico, commedia.
Regista: Pete Docter.
Anno: 2015.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui

martedì 26 settembre 2017

Storia di una ladra di libri - Brian Percival (film drammatico)

Non conoscevo Storia di una ladra di libri, film diretto nel 2013 da Brian Percival: me lo ha consigliato niente meno che un ragazzo indiano di Delhi, e io gli ho dato retta e me lo sono visto.

Ho fatto bene, direi, e anzi ho trovato il film molto tenero… anche se a ben vedere tratta di temi assai duri: la morte, la prigionia, l’essere orfani, il tutto come al solito in salsa anti-nazista, unico elemento del film con cui partivo prevenuto un po’ perché la storie anti-naziste e pro-sioniste mi hanno annoiato da tempo, un po’ perché, essendo la storia scritta dai vincitori, c’è il fortissimo rischio che anche questa sia stata distorta, come infatti sostengono in tanti.
Senza parlare di tutti i popoli che sono stati maltrattati nella storia, Europa compresa, cosa per cui non si capisce come mai si vada a parare sempre lì.

Cioè, in realtà si capisce, ma è un altro discorso, e lasciamo perdere questo dettaglio, che alla fine nel film è più che altro sfondo, e vediamo la trama sommaria di Storia di una ladra di libri, film tratto dal libro di Markus Zusak La bambina che salvava i libri: siamo in Germania nel 1939, e Liesel Meminger (la bravissima Sophie Nélisse) è rimasta orfana, senza nessuno.
Il padre è morto, la madre l’ha lasciata poiché è fuggita dalla Germania per le sue idee politiche, e il fratellino è morto. Risultato: la bambina è data in adozione ad Hans (Geoffrey Rush; I pirati dei Caraibi - La maledizione della prima luna, I pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma) e Rosa Hubermann (Emily Watson;  Equilibrium), che la alleveranno come una figlia, ricambiati nell’affetto.

I due hanno ugualmente idee anti-hitleriane (ma dai…), tanto da accogliere in casa e proteggere il fuggiasco Max, che svilupperà una tenera amicizia con Lisa, amica anche del coetaneo Rudy Steiner.

Tra l’altro, Lisa è analfabeta, e imparerà a leggere un po’ a scuola, e un po’ a casa con le cure di Hans e di Max.

Il regime nazista, e la guerra mondiale, rimangono sullo sfondo, ma ovviamente influiscono sulla storia: alcuni personaggi vengono prescritti per l’esercito, altri spariscono e non si vedono più, e la gente passa molte serate nei basamenti anti-bombardamenti.

Essenzialmente, Storia di una ladra di libri è una storia di formazione… e non della sola Lisa, ma un po’ di tutti i personaggi, che danno l’idea di crescere durante il narrato: Rudy, Hans, la moglie Rosa, etc.
Persino i libri sembrano crescere insieme a Lisa.

Il tutto assume i contorni di una favola adulta: molti protagonisti sono bambini e ragazzini, ma la storia è grande, e molto tenera, come dicevo.

Film un po’ triste per tanti versi, ma assolutamente promosso.

Fosco Del Nero



Titolo: Storia di una ladra di libri (The book thief).
Genere: drammatico, sentimentale, storico.
Regista: Brian Percival.
Attori: Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch, Joachim Paul Assböck, Kirsten Block, Sandra Nedeleff, Rafael Gareisen.
Anno: 2013.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 20 settembre 2017

Zebraman - Takashi Miike (film grottesco)

Sin da quando ero adolescente sono appassionato del mondo giapponese, e della sua espressività nelle sue varie forme: fumetti, musica, serie animate, e ovviamente film.

Dunque, mi sono visto tanti film giapponesi, e ogni tanto me ne guardo qualcuno, di solito preso a caso da qualche elenco…

È successo così con Zebraman, film diretto nel 2004 da Takashi Miike, regista nipponico estremamente prolifico, e noto per i suoi contenuti bizzarri, e spesso tendenti allo splatter e alle turbe psicologiche (anche sessuali, leggo online).

Sarà per questo che non lo avevo mai incontrato, anche se non è per questo motivo che Zebraman non mi è piaciuto.

A parte i film sanguinolenti e violenti, guardo sempre con una sorta di affettuosità i film giapponesi, e i loro personaggi protagonisti, essenzialmente perché entrambi agli occhi di noi occidentali sono assai ingenui, tanto che, almeno a me, suscitano tenerezza.
È stato così anche per Zebraman, film tutt’altro che violento, e anzi quasi tendente al sentimentale e al tenero, anche se non disdegna di proporre qualche scena splatter.

Ecco in sintesi la trama del film, che è una sorta di omaggio alle serie televisive di qualche decennio fa (anni "60) sui supereroi, come Ultraman e Megaloman: siamo nel 2010, e in una cittadina del Giappone avvengono episodi e avvistamenti strani, aventi per oggetto creature bizzarre e omicidi.

Shin'ichi Ichikawa è un ometto tutto sommato trascurabile: la moglie lo considera poco, la figlia gli è molto lontana, e il figlioletto non lo ha in grande simpatia perché, in quanto figlio del professore della scuola, viene trattato male da molti bambini.

Unica distrazione-passione di Ichitaka: la realizzazione del costume di Zebraman, un supereroe di una serie tv di molti anni prima… curiosamente, conosciuto anche dal bambino nuovo arrivato nella scuola, Shinpei.
I due ne parlano, e un bel giorno Ichitaka si prova il costume di Zebraman che lui stesso ha fatto… scoprendo man mano di ottenere così i suoi stessi poteri.
Si impegnerà così per salvare la scuola e la città dall’attacco di una razza aliena…

Un po’ mi dispiace dare una valutazione bassa a Zebraman, per quanta tenerezza mi ha fatto: però onestamente occorre dire che il film è mediocre sotto ogni punto di vista, e anzi men che mediocre: sceneggiatura, recitazione, non parliamo poi degli effetti speciali.

Ma d’altronde, il tutto è girato con l’intenzione di fare una copia dei film di serie B di decenni fa: esperimento riuscito in pieno.
Decenni fa, ma in mezzo c’è una parodia di Sadako, la bambina cattiva di Ringu (il nostro The ring).

Ma qualche sorriso ogni tanto non basta a mio avviso, e il mio consiglio è di cercarvi qualche altro film giapponese.

Fosco Del Nero



Titolo: Zebraman (Zeburaman).
Genere: grottesco, drammatico, fantastico.
Regista: Takashi Miike.
Attori: Shô Aikawa, Kyoka Suzuki, Atsuro Watabe, Yui Ichikawa, Koen Kondo, Naoki Yasukôchi, Makiko Watanabe, Keisuke Mishima, Yu Tokui, Yoji Tanaka, Arata Furuta.
Anno: 2004.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 13 settembre 2017

The prestige - Christopher Nolan (film drammatico)

Che Christopher Nolan sia un grande regista non ci piove: i suoi film hanno sempre una sceneggiatura di valore e un’esecuzione spesso impeccabile dal punto di vista tecnico.

Tuttavia, qualcosa nei suoi lavori non me lo fa apprezzare appieno, nel senso che in essi manca qualcosa a livello di profondità: c’è tecnica, c’è ingegno, ma manca una profondità umana che li renderebbe lavori di spessore.

Perlomeno, parlo dei film che ho visto finora, e soprattutto dei primi due, ossia Memento e Inception… mentre il terzo che ho visto, Interstellar, mi è piaciuto di più, è infatti aveva un tocco umano di livello maggiore, per quanto ho percepito io.

Ma veniamo alla trama di The prestige, che probabilmente è il film che lo ha consacrato come regista di grande livello: siamo a Londra alla fine dell’Ottocento, e siamo alle prese con i giochi d’illusione. Si parte con l’illusionista Alfred Borden (l’ottimo Christian Bale; Equilibrium, The new world - Il nuovo mondo) in carcere e in attesa di esecuzione sommaria per l’omicidio dell’altro illusionista e rivale Robert Angier (l’altrettanto ottimo Hugh Jackman; HumandroidL’albero della vita, Scoop).
Il film racconta come si è arrivati a quel punto… e ci si arriva con una trama senza esclusione di colpi e di rivelazioni.
Alcune anche di vera e propria fantascienza, occorre dirlo.
Tanto che si tira in ballo il geniale inventore Nikola Tesla (David Bowie; memorabile in Labyrinth, ma intravisto anche in Bandslam).
Da citare anche i personaggi di John Cutter (Michael Caine, ottimo anche lui; Sleuth - Gli insospettabili, Hannah e le sue sorelle, I figli degli uomini) e di Olivia Wenscombe (Scarlett Johansson; Match point, Vicky Cristina Barcelona, The island, Lucy).

The prestige ha una cosa curiosa: tra i due personaggi rivali, ugualmente fissati e per certi versi privi di scrupoli, non vi è un buono ed un cattivo, tali per cui lo spettatore sia portato a simpatizzare naturalmente per il primo, ma sono proposti entrambi con le loro debolezze e le loro ambizioni, e il film, tra un dispetto e l’altro, e spesso anche grandi dispetti, assume la valenza di un gioco al rimpiattino…

… per certi versi non troppo gradevole, a livello di cattiverie e di malevolenze, ma per certi versi discretamente appassionante, nel senso che è proprio come seguire una partita di tennis: palla a uno, palla all’altro, palla al primo, palla al secondo… fino alla fine, in cui sembra che l’ultima palla sia vinta da uno, e invece ecco che l’altro ci arriva e ribatte, e così via.

In mezzo c’è spazio anche per varie assurdità, che fanno di The prestige un film di fantascienza, per via di Angier, ma anche un film psicologico, e persino psichiatrico, per via di Borden.

Ma questi sono dettagli, e alla fine il film piacerà o meno a seconda di quanto si è affini con il lavoro certosino e cerebrale di Christopher Nolan: io, come detto, ne apprezzo la bravura e l’impegno, ma non mi entusiasma l’energia che c’è dentro.

Peccato, perché un film che inizia con…

“Osserva attentamente.”

… e con…

“Voi state cercando il segreto, ma non lo troverete… perché in realtà non state davvero osservando.
Voi non volete saperlo.”

… meritava probabilmente una maggiore profondità.

Fosco Del Nero



Titolo: The prestige (The prestige).
Genere: drammatico, psicologico, fantastico.
Regista: Christopher Nolan.
Attori: Hugh Jackman, Christian Bale, Scarlett Johansson, Michael Caine, Rebecca Hall, Andy Serkis, Piper Perabo, David Bowie, Ezra Buzzington.
Anno: 2006.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 12 settembre 2017

Zootropolis - Byron Howard, Rich Moore (film animazione)

Zootropolis mi era stato segnalato come film bello e dai contenuti interessanti, e quindi me lo sono guardato, tanto più che si tratta di un film d’animazione, per i quali ho un debole.

Partiamo dal titolo originale: Zootopia, gioco di parole tra “zoo” (che in inglese si legge con la "u") e “utopia”.
In inglese la pronuncia rendeva, mentre in italiano no, per cui si è optato per Zootropolis, titolo al quale però manca la componente utopica della città in questione: in essa, infatti, dopo tanto tempo e molta evoluzione,  predatori e prede vivono pacificamente insieme, dimenticati i vecchi istinti dei primi di uccidere e i dei secondi di scappare.

Secondo alcuni, però, il dna dei predatori è sempre in agguato e non ci si può fidare, e la sparizione di alcuni animali pare confermare questa ipotesi.

Su tale fatto indagherà la coniglietta Judy, appena nominata poliziotto… ma spedita a fare multe per le strade della città, ruolo che la gratifica assai poco e che le impedisce di realizzare il suo sogno di rendere il mondo un posto migliore.

Ad ostacolare il suo sogno ci si mette anche Nick, una volpe assai disincantata e astuta, con la quale Judy intesserà un rapporto di botta e risposta a dir poco gustoso per lo spettatore.

Veniamo ora al commento del film: Zootropolis ha una trama originale e godibilissima, con un’ambientazione visiva fantastica e originale anch’essa: la città non solo ospita animali di ogni tipo, e cambia anche di dimensioni a seconda dei vari quartieri e di chi ci vive, dagli elefanti ai topi, ma è suddivisa in quattro zone, secondo il clima: la zona invernale, la zona primaverile, la zona estiva e la zona autunnale.

I due personaggi principali sono ottimamente caratterizzati, sia nell’aspetto visivo che nell’aspetto caratteriale, e inoltre godono di un doppiaggio italiano veramente eccellente e azzeccato.
Gli altri personaggi di contorno son ottimi anch’essi: il prodotto è di livello e curato in ogni aspetto.

In esso c’è un po’ di tutto: aspetto metaforico e didattico, colori e vivacità, azione, dialoghi ficcanti… per non parlare di alcune scene memorabili: quella con i bradipi della motorizzazione, per esempio, o quella dello yak-receptionist dall’accento toscano nel club naturalista.

Il film peraltro non è affatto “vuoto”, mero prodotto di intrattenimento, ma propone svariati contenuti.
Vi è una morale di fondo positiva: l’accettazione della diversità… e anche la determinazione nel proseguire nella strada della propria vocazione (come la coniglietta che a dispetto del fatto d’esser piccola e debole vuole fare la poliziotta).
Zootropolis, infatti, si dice che ogni cosa è possibile e che ognuno ha diritto di essere com’è.

E vi è anche una morale di fondo negativa: l’uso della paura per manipolare le masse, secondo il più classico divide et impera… elemento che dovrebbe insegnare a tutti gli esseri umani d’oggi, giacché ne sono vittime in modo fortissimo.

Chiudo la recensione con due altri spunti.
Il primo è una citazione del film stesso, che esemplifica quanto detto:
“Provate a rendere il mondo un posto migliore.
Guardatevi dentro per capire che il cambiamento parte da voi.
Parte da me, parte da tutti noi.”

Il secondo è una precisazione all’idea per cui occorre accettare ogni cosa, e per cui la diversità è un valore.
Aggiungo infatti che tale principio vale sul piano orizzontale della diversità umana e naturale, ma non vale affatto su piano verticale dello sviluppo evolutivo di coscienza: in esso c’è una gerarchia, e ogni cosa o persona si muove su un certo piano (Krishnamurti si muoveva su un piano, i serial killer si muovono su un altro piano, per fare un esempio facile): occorre dunque accogliere la diversità degli altri, ma non ogni comportamento e non ogni livello di coscienza... principio che dovrebbe essere tenuto ben presente quando si parla di immigrazione e di commistione tra i popoli (il libero movimento in Europa di popoli diversissimi per cultura e consapevolezza media, così come l'accoglimento di qualunque immigrato, sono pura follia... o meglio, lo sarebbero se non fossero, come sono, comportamenti studiati a tavolino per ottenere certi effetti sociali).

Ma torniamo al film, con una battuta finale: Zootropolis è un gran film, validissimo come intrattenimento, e validissimo come contenuti, e non a caso ha ottenuto ottime critiche e incassi in tutto il mondo.

E un'ultima citazione, anch'essa dal sapore vagamente esistenziale:
“Puoi essere solo ciò che sei.”

Fosco Del Nero



Titolo: Zootropolis (Zootopia).
Genere: animazione, commedia, comico.
Regista: Byron Howard, Rich Moore.
Anno: 2016.
Voto: 8.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 5 settembre 2017

La zona morta - David Cronenberg (film drammatico)

Sin da quando vidi Existenz, divenni immediatamente un fan del regista David Cronenberg… anche se egli, a mio avviso, non ha mai bissato la qualità di quel film con qualche altra produzione.
Bene con Il pasto nudo e Videodrome… così così o proprio male con gli altri, tanto che ormai mi guardo suoi film, antichi o recenti, più speranzoso che convinto di vedere un bel film.

È stato così anche per La zona morta, che pur aveva buone chance di essere un film di valore: era il periodo più prolifico e immaginifico del regista canadese, si trattava di un film tratto da un romanzo di Stephen King, che lo stesso scrittore aveva giudicato come una delle migliori conversioni cinematografiche dai suoi libri, e anche il cast si presentava di discreto livello, con Christopher Walken (Il mistero di Sleepy Hollow, Cambia la tua vita con un click, 2 single a nozze, Il cacciatore, Prova a prendermi), Martin Sheen (Il cammino di Santiago, Qualcosa di speciale, Apocalypse now) e Brooke Adams (I giorni del cielo, Terrore dallo spazio  profondo).

Eppure il film non mi ha catturato, rimanendo sempre in un limbo un po’ tiepido e senza spessore.
Forse al tempo, nei primi anni "80, aveva un significato in quanto uno dei primi film su poteri extrasensoriali e percezioni intuitive, ma guardarlo al giorno d’oggi ha davvero poco senso a mio parere.

Ad ogni modo, ecco la trama de La zona morta: Johnny Smith è un professore e un brav’uomo, in procinto di sposarsi con la fidanzata Sarah, quando un giorno un terribile incidente automobilistico rischia di ucciderlo. Non muore, ma rimane in coma per cinque anni: quando si sveglia, è fisicamente menomato e la sua fidanzata si è risposata, e anzi ha un bambino.

La cosa ovviamente non gli fa piacere, come non gli fa piacere scoprire di avere una specie di dono: semplicemente toccando le persone riesce a vedere eventi del passato o del futuro che le riguardano… e quando la cosa si scopre iniziano ad arrivargli richieste di aiuto da parte di estranei.
Essendo schivo, e non essendosi mai ripreso emotivamente dall’incidente e dalle sue perdite, non ne vuole sapere, ma agirà perlomeno per aiutare la polizia del paese di Castle Rock alle prese con un serial killer.
E agirà anche quando conoscerà Greg Stillson, autorevole candidato al senato Usa…

La zona morta si muove tra poteri esp (poca cosa in effetti), questioni interpersonali (abbastanza), turbe psicologiche (molte) e dramma umano (molto).
Non è un grande mix dal mio punto di vista, anche perché gli mancano bellezza visiva e fascino.

E persino Christopher Walken, che di solito basta che sia davanti a una cinepresa per essere affascinante, è ridotto malissimo, privato del suo carisma naturale.

Le uniche cose per cui mi ha colpito sono due frasi.
Le seguenti:

“Vogliono tutti la stessa cosa: rassicurazioni, aiuto, amore… cose che non posso dargli.”

“Invece di morire, ella cadrà in un profondo sonno, che durerà cento lunghi anni.”

Per il resto, credo che lo dimenticherò in fretta…

Fosco Del Nero



Titolo: La zona morta (The dead zone).
Genere: drammatico, psicologico, fantastico.
Regista: David Cronenberg.
Attori: Christopher Walken, Brooke Adams, Martin Sheen, Herbert Lom, Tom Skerritt, Anthony Zerbe, Colleen Dewhurst, Nicholas Campbell.
Anno: 1986.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 29 agosto 2017

Mission - Roland Joffé (film drammatico)

Mi ero segnato il film Mission in quanto mi era stato segnalato come film con contenuti esistenziali…
… probabilmente da qualcuno che non ha la minima idea di cosa sia un film con contenuti esistenziali, e che ancora continua a confondere religione e storia, o peggio dramma e sofferenza, con il percorso evolutivo.

Ciò al di là del film in questione, film del 1986 pluripremiato su tanti fronti, dagli Oscar ai Bafta.

Vediamo subito la trama di Mission: siamo nel Sud America del 1750, e siamo nel bel mezzo di beghe politiche tra Spagna, Portogallo, Chiesa Cattolica e Ordine dei Gesuiti.
Geograficamente ci troviamo in piena foresta, alle Cascate dell'Iguazú, al confine tra Argentina, Brasile e Paraguay, zona contesa da Spagna e Portogallo nella quale i gesuiti avevano installato alcune missioni presso i luoghi dove vivevano gli indios Guaranì.

Ciò peraltro è fatto storico non solo come sfondo, ma anche come singoli eventi, giacché effettivamente in quella zona vi è stato un conflitto tra i Guaraní e un esercito ispano-portoghese, schieramenti che si contrapposero tra il 1754 e il 1756.
Tuttavia, ho letto che il regista si è preso molte libertà, e anzi tante cose non aderiscono ai fatti storici, in primis quello affatto marginale per cui nella realtà i gesuiti obbedirono, se ne andarono e non restarono a combattere accanto ai nativi... in pratica il contrario di quello che eroicamente propone il film.

Ma, si sa, Hollywood pretende spettacolarizzazione, e pretende un dualismo netto tra buoni e cattivi, cosa che Mission offre in pieno, con tanto di figura redenta, quella di Rodrigo, ex schiavista convertitosi al cattolicesimo grazie alla figura di padre Gabriel, fondatore di una prospera missione nella zona dei Guaranì, nella quale andrà a operare anche Rodrigo.
Zona prospera, ma contesa, si diceva, e politicamente pericolosa…

Essenzialmente Mission è un film drammatico, che anzi propone dramma e melodramma puro: esattamente il genere di storia che di solito evito, perché semplicemente mi annoia e non ha che contenuti ed energie basse.

Difatti, il film non parla d’altro che di violenza, imposizioni e manipolazioni: sia quella sottile dell’evangelizzazione, che quella meno sottile degli intrighi politici, che quella più grossolana della violenza armata.

Il tutto proponendo una contrapposizione davvero ridicola, specie perché storicamente inventata: il buon missionario gesuita che rimane tra la popolazione locale (che canta canti in perfetto latino, altra cosa quantomeno improbabile), e l’altro missionario, questo più avventuriero, che organizza un esercito di resistenza.

Quanto di più americano e occidentale e cattolico abbia mai visto…
… per di più, all’interno di un film lungo due ore pesante e noioso.

Ottimamente fatto, intendiamoci, curatissimo e con un ottimo cast (Robert De Niro, Jeremy Irons, Liam Neeson), ma pur sempre prodotto artefatto e dalle emozioni-energie basse, da cui la mia valutazione scarsa.

A chi piace…

Fosco Del Nero



Titolo: Mission (The mission).
Genere: drammatico, storico.
Regista: Roland Joffé.
Attori: Robert De Niro, Jeremy Irons, Ronald Pickup, Liam Neeson, Aidan Quinn, Cherie Lunghi, Ray McAnally, Charles Low, Monirak Sisowath.
Anno: 1986.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

martedì 22 agosto 2017

Ralph Spaccatutto - Rich Moore (film animazione)

Sono un grande fan dei film di animazione, anche se a dire il vero preferisco di gran lunga quelli di scuola asiatica (leggi giapponese) o anche europea (leggi francese e dintorni) che non quelli di scuola americana (leggi statunitense), decisamente più popolari, diciamo così.

Più popolari, ma spesso molto ben fatti e anche divertenti, per cui ogni tanto me ne concedo qualcuno, ed è questo il motivo della recensione di Ralph Spaccatutto, film d’animazione diretto nel 2012 da Rich Moore.

La scenografia è intrigante, specie per chi è stato appassionato di videogiochi, giacché ci troviamo all’interno di una sala giochi, che diventa sorta di luogo virtuale in cui i vari videogiochi sono collegati tra di loro tramite una sala comune, sorta di “uscita” del videogioco.

Ed ecco che così si vede un po’ di tutto: Sonic the hedgehog, Mario Bros, i lottatori di Street Fighter, etc.
Il protagonista del film è però Ralph Spaccatutto, il cattivo del videogioco Felix Aggiustatutto Jr., il cui protagonista buono è per l’appunto Felix, il quale col suo martello magico aggiusta all’istante tutto quello che Ralph ha distrutto.

Sì dà il caso eprò che Ralph si è stufato di fare il cattivo, anche perché con la scusa che lui è il cattivo non lo invitano mai alle feste e non gli fanno mai assaggiare le torte, cosa che non manca di notare durante il 30esimo anniversario del videogioco, effettivamente uno dei più anziani della sala giochi. 

Dopo uno scambio di accuse con uno dei personaggi del videgioco, Ralph ne esce deciso a conquistarsi una medaglia, per far vedere a tutti che anche lui può essere buono e utile.
Ed è così che si infila nel videogioco Hero's duty, il quale però è al di sopra delle sue possibilità manesche, e finisce poi in un altro videogioco, Sugar rush.
Nel primo conoscerà la coraggiosa e ruvida Sergente Calhoun, e nel secondo la vivace e tenera Vanellope von Schweetz… nonché Re Candito

Ma mischiare i vari protagonisti dei vari videgiochi non è cosa saggia, come ci si accorgerà ben presto, in un bailamme davvero vivace e a tratti divertente.
Anche se è quel divertimento un po’ terra terra da famiglie occidentali che non hanno molta voglia di pensare o che non sono in grado di recepire una bellezza più profonda, diciamo così.

Ma, anche con queste limitazioni, Ralph Spaccatutto è un discreto film d’animazione, che certo non può reggere il confronto con prodotti come La città incantata (Giappone), Azur e Asmar (Francia) o Nighmare before Christmas (Usa), e peraltro nemmeno con film di due gradini sotto, ma che almeno fa sorridere per alcuni tratti.

Fosco Del Nero



Titolo: Ralph Spaccatutto (Wreck-it Ralph).
Genere: animazione, comico, fantastico.
Regista: Rich Moore.
Anno: 2012.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 16 agosto 2017

Il sale della terra - Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado (documentario)

Un amico mi aveva consigliato il film-documentario Il sale della terra, ed eccolo qui recensito dopo appena nove-dieci mesi.

Il film è per metà girato con camera da presa, e per metà costituito dalle fotografie del protagonista della storia Sebastiao Salgado, un uomo che ha viaggiato tutta la vita, fotografando mezzo pianeta… e forse anche qualcosa in più.

Ecco la sua storia in breve: Sebastiao Salgado, brasiliano figlio di un possessore di una tenuta agricola, inizia a studiare economia, ma poi lascia il settore per dedicarsi alla fotografia, di cui si era innamorato nel frattempo. Sostenuto dalla moglie Lelia Wanick, evidentemente anche lei avventurosa, i due investono in costose apparecchiature fotografiche, e poi viaggiano per il mondo.

Anche se a dire il vero è più lui che viaggia, soprattutto dopo la nascita di Juliano Ribeiro Salgado, che peraltro è co-regista del film insieme a Wim Wenders.

Sebastiao viaggia e fotografa, dunque, e in grande stile: reportage, mostre, servizi televisivi, libri, e infine anche film a quanto pare.
E per tutto il mondo: America Latina, Africa, Vicino Oriente e Asia centrale, Siberia e Antartide, dedicandosi dapprima alle condizioni umane, specialmente alle condizioni umane difficili per via della povertà, della fame, dello sfruttamento, della guerra, e poi passando man mano agli animali e alla natura.

Egli stesso diventa una sorta di simbolo della natura e del fatto che ogni territorio, anche quello più maltrattato come era stata la facenda della sua famiglia per via del disboscamento, può tornare a vivere e a rifiorire.

Anzi, a dirla tutta ciò che del film-documentario mi ha maggiormente toccato è proprio questo: il fatto che basta la volontà per ridare vita a intere foreste, come ha fatto Sebastiao, su idea di sua moglie Lelia, con la sua terra di famiglia e il suo Istituto Terra, poi divenuto luogo pubblico e simbolo di come la natura può riprendersi i suoi spazi e la sua vitalità se le si dà il tempo e la possibilità.

Per il resto, documentario interessante, anche se giocoforza un po’ lento e a tratti anche un po’ noioso, un po’ per il ritmo non sostenuto, un po’ per il bianco e nero di tutte le fotografie.

Fosco Del Nero



Titolo: Il sale della terra (The salt of the Earth).
Genere: documentario, naturalistico, geografico, storico.
Regista: Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado.
Attori: Sebastiao Salgado, Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, Hugo Barbier, Jacques Barthélémy, Lélia Wanick Salgado.
Anno: 2014.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 15 agosto 2017

Rango - Gore Verbinski (film animazione)

Rango è stata una bellissima sorpresa.
Il fatto di averlo trovato in una classifica dei migliori film d’animazione di tutti i tempi non era prova di nulla, giacché nella medesima classifica vi era il mediocre, noioso e infantile Frozen, ma Rango viceversa meritava il posto assegnatogli… e forse anche qualcosa in più.

Parto subito con la trama del film: Rango è un camaleonte che vive in una teca, con l’unica compagnia di alcuni elementi decorativi, che ha eletto a suoi amici e colleghi di set cinematografico, giacché sogna di fare l’attore.
Un incidente d’auto però lo catapulta nel deserto del Mojave, nella zona della California, dove intraprenderà un importante viaggio.
Anzi, "il viaggio".

Il primo personaggio che incontra, l’armadillo Carcassa, dà la chiave di lettura del film, che è un film introspettivo e di ricerca interiore.
Il secondo personaggio, l’iguana Borlotta, lo introdurrà invece nella trama vera e propria della storia, all’interno del villaggio di Dust (“polvere” in italiano).

In tale villaggio, un villaggio western con tutti i crismi, Rango conoscerà una pletora di personaggi, tra tartarughe, aye-aye, topi, serpenti a sonagli, e sauri vari, ovviamente suddivisi in buoni e cattivi.

Obiattivo di Rango, che diviene presto lo sceriffo del villaggio, è quello di ritrovare l’acqua perduta, col villaggio che rischia di scomparire per la siccità.

Detto della trama, e del genere cinematografico, un’animazione comica ma anche “sostanziosa”, diciamo due parole sul regista, quel Gore Verbinski capace di girare sia film fantastici, brillanti e avventurosi come I pirati dei Caraibi - La maledizione della prima luna, o come questo stesso Rango, sia horror ben riusciti come The ring… un poliedrico, dunque.

Tornando a Rango, questo è il mio commento sintetico: il film scorre via che è un piacere, la sceneggiatura è interessante, i personaggi sono originali e accattivanti, l’umorismo è brillante e a tratti fulminante, come sono ugualmente brillanti molti dialoghi.
Persino il commento musicale è eccellente, originale esso stesso.

In una parola, Rango è ciò che dovrebbero essere tutti i film di animazione. 
O meglio, non tutti tutti, ma quelli di genere commedia-comico: non banali, non piatti, e con una certa profondità.
Rango, difatti, mostra alla perfezione come un film, perfino un film d’intrattenimento, perfino un film dalla forte valenza umoristica, possa avere un certo spessore, risultando assai significativo, e quindi anche didattico (per piccoli e grandi, cosa affatto trascurabile). 

Unico neo, a mio avviso: il film risulta meno divertente nella ultima parte, in cui però in compenso c’è più azione.

In chiusura di recensione, faccio seguire alcune frasi prese dal film, che ne mostrano l’aspetto “profondo”, e direi perfino esistenziale, giacché potrebbero essere benissimo tratte da qualche testo di genere spiritual-evolutivo.

“Chi sono io?
Potrei essere chiunque.”

“Devo andare dall’altra parte.
[…] È la mia missione.
Egli mi aspetta. Lui.
[…] Siamo niente senza l'illuminazione.”

“- Il mio posto non è questo.
- Sarà pure vero… però sei qui.”

“Ti aiuterò a trovare quello che cerchi… e forse anche di più.”

“- La ricerca della conoscenza è irta di asperità.
- Ma io voglio solo trovare acqua.
- Se vuoi trovare acqua, devi prima trovare polvere.”

“Tutti dobbiamo compiere il nostro viaggio.
Ci rivedremo dall'altra parte.”

“Il tuo destino ti attende.”

“Certe volte devi scavare a fondo per trovare quello che cerchi.”

“Non so se hai scelta.
Nessuno può tirarsi fuori dalla propria storia.”

“Ognuno vede quello che vuole vedere.”

“Per soddisfare i bisogni della collettività l’eroe deve rinunciare a se stesso.”

“Ricordate che in ognuno di noi alberga il vero spirito.”

“Pronto, c’è nessuno?”

“Chi sei tu?”

“Ma chi sei tu?”

“Chi sono io?
Non sono nessuno.”

A proposito dell’ultimo tema, il non essere nessuno, o meglio l’essere il vero spirito, o ancora la rinuncia a se stesso, proprio quando Rango “non è più nessuno”, egli arriva “dall’altra parte”… e poi perde i sensi. 

In conclusione, Rango è un gran film, che ha ottenuto un buon successo e discreti riconoscimenti, ma meno di quanto si sarebbe aspettato: d’altronde, soltanto un mago può riconoscere un altro mago, per dirla con Ursula Le Guin.

Fosco Del Nero



Titolo: Rango (Rango).
Genere: animazione, commedia, comico, avventura, western.
Regista: Gore Verbinski.
Anno: 2011.
Voto: 8.
Dove lo trovi: qui.

martedì 8 agosto 2017

La ragazza del dipinto - Amma Asante (film drammatico)

Sono arrivato a La ragazza del dipinto, come spesso mi capita, per vie traverse: questa volta, guardandomi la filmografia di una delle protagoniste del film Il luogo delle ombre: Gugu Mbatha-Raw, per la precisione, che nell’altro film era un personaggio secondario, mentre in questo è la protagonista centrale.

Ed ecco subito la trama sommaria de La ragazza del dipinto, film girato nel 2013 da tale Amma Asante, regista mai sentita, e basato su un personaggio storico e raffigurato in un dipinto: tale Dido Elizabeth Belle, raffigurata in un ritratto nel 1779 insieme a sua cugina Lady Elizabeth Murray… e così abbiamo anche l’ambientazione storica e in parte anche umana, giacché ci muoviamo tra la nobiltà inglese e le linee di sangue miste, come suggerisce il nome esotico della protagonista.

La piccola Dido Elizabeth Belle Lindsay è la figlia naturale del capitano Sir John Lindsay e di una donna di colore di identità sconosciuta, e già morta.
Il capitano chiede che venga allevata in seno alla famiglia, e col rango di sangue che le spetta, nonostante il suo colore mulatto, cosa evidentemente assai sconveniente nell’Inghilterra di fine 800, in cui peraltro esisteva ancora la schiavitù, argomento che ci collega allo zio di Dido,  William Murray, conte di Mansfield e primo giudice della Corte Suprema inglese, incaricato di effettuare un’importante pronuncia proprio legata a un caso di schiavitù.

Più avanti negli anni, con Dido ormai ragazza in età maritabile, come peraltro la cugina Elizabeth, essa conosce due giovani: il primo è il figlio del vicario di Hampstead, John Davinier, e il secondo è Oliver Ashford, un giovane nobile, i due in qualche modo entrambi attratti dalla ragazza.

Tutto ciò in mezzo a presentazioni, corteggiamenti, proposte di matrimonio, regole di etichetta… ma anche questioni sociali, scandali, sentenze giudiziarie, principi etici, e fatti realmente accaduti.

Insomma, La ragazza del dipinto è a metà via tra un film drammatico, un film sentimentale e un film storico, anche se la seconda componente è quella che prende il sopravvento.

L’ambientazione, come spesso capita in questi casi, è molto bella a vedersi, e lo stesso i costumi.
Anzi, gli scenari cittadini ma anche delle tenute di campagna sono davvero suggestivi.

Il film in sé, però, è un po’ troppo melodrammatico, strappalacrime e amor cortese per i miei gusti, e anche la contrapposizione buoni-cattivi, pur se in piccolo, è assai banale.
Tra l’altro, a chi è stato fatto fare il cattivo della situazione? A Tom Felton, ossia Draco Malfoy di Harry Potter… a proposito di cose scontate.

In effetti, nel film non c’è molto oltre quanto detto: bellezza estetica, buoni sentimenti e basta… vedete voi se vi basta.
Per conto mio, ne esce fuori un’insufficienza… che però potrebbe diventare sufficienza qualora siate appassionati di scenografie e costumi inglesi di fine Settecento.

Fosco Del Nero



Titolo: La ragazza del dipinto (Belle).
Genere: sentimentale, drammatico.
Regista: Amma Asante.
Attori: Gugu Mbatha Raw, Tom Wilkinson, Sam Reid, Sarah Gadon, Miranda Richardson, Penelope Wilton, Tom Felton, James Norton, Matthew Goode, Emily Watson.
Anno: 2013.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 1 agosto 2017

La memoria del cuore - Michael Sucsy (film sentimentale)

Credo che mi fossi segnato il film La memoria del cuore guardando la filmografia di Rachel McAdams al momento di recensire il film Un viaggio inaspettato, film che non mi aveva entusiasmato ma in cui la suddetta attrice mi aveva colpito in positivo per la sua poliedricità: quando un attore sa muoversi bene tanto in film drammatici quanto in commedie tendenti al comico (ad esempio Mean girls, o 2 single a nozze, o Sherlock Holmes, o Midnight in Paris), allora vuol dire che è un buon attore, e non solo un caratterista di una specifica parte.

Sta di fatto che, così come non mi aveva affatto entusiasmato Un viaggio inaspettato, è stato lo stesso anche per La memoria del cuore.
E non perché il film sia mal fatto o mal recitato, ma semplicemente perché la sceneggiatura è tutto sommato trascurabile.

Ecca in sintesi la trama del film, che peraltro è tratto da una storia vera (quella dei coniugi Kim e Krickitt Carpenter): Paige Thornton (Rachel McAdams) e Leo Collins (Channing Tatum) sono una giovane coppia, sposatasi dopo una relativamente breve conoscenza.
Entrambi si occupano di arte, lui di musica e lei di scultura, sono felici, hanno buoni amici e così via: a parte il fatto di non esser ricchi, hanno tutto per essere felici.

Se non che la vita si mette in mezzo e combina loro uno scherzo assai pesante: per via di un brutto incidente in macchina Paige ha un’amnesia selettiva, e non si ricorda niente fino agli anni dell’università. Quindi, per farla breve, si ricorda la famiglia, le sue vecchie amiche, il suo ragazzo di allora, e inoltre sembra come tornata alla personalità di allora, ma non si ricorda niente del marito, che invece esce “pulito” dall’incidente e si ricorda tutto.

Paige tra l’altro non si ricorda nemmeno perché aveva tagliato i ponti con la famiglia, la quale dal canto suo sarà felicissima di quanto avvenuto, giacché per essa, soprattutto per il padre, questa sembra una seconda possibilità donata dal cielo.
E pazienza per il di lei marito, che peraltro loro nemmneo conoscevano, appunto perche Paige si era distaccata da tutto il suo passato.

Se la famiglia è felice, ovviamente lo è meno il marito Leo, il quale lotterà un po’ con la situazione, ma poi…

La memoria del cuore è evidentemente un film drammatico-sentimentale, che cerca di giostrarsela con una trama certamente non nuova, affrontata da altri film, e che evita di ricorrere al finale più banale… pur non discostandosene troppo.

Film ben confezionato, ma per l’appunto c’è poco oltre alla bella confezione e alla patinatura luccicante: film sentimentaloide di svago e basta.

Anzi, a dirla tutta uno di quei film che mi chiedo perché vengano prodotti, inflazionando un mercato reso così supermediocre… e soprattutto mi chiedo come mai tali film abbiano in rete valutazioni buone o anche solo sufficienti, dal momento che un film deve partire da un’idea di valore, da un perno centrale che meriti di essere raccontato.
Altrimenti è solo mercificazione e non arte, al massimo una banalità ben eseguita come La memoria del cuore.
Ad ogni modo, chiudo la recensione con una citazione interessante, l’unica del film:

“Un momento d’impatto e quel potenziale di trasformazione può avviare reazioni a catena molto più complesse di quanto potessimo prevedere.
Spingendo alcune particelle ad avvicinarsi, creando un legame più forte di prima.
Mentre altre sembrano allontanarsi, ruotando velocemente in spazi lontani, arrivando dove non avresti mai creduto di trovarle.
Questa è la cosa importante: non potete, per quanto proviate, controllare il modo in cui vi condizioneranno: dovete solo lasciare che le particelle che si sono allontanate arrivino dove vogliono, e aspettare fino alla prossima collisione."

Fosco Del Nero



Titolo: La memoria del cuore (The vow).
Genere: sentimentale, drammatico.
Regista: Michael Sucsy.
Attori: Rachel McAdams, Channing Tatum, Scott Speedman, Jessica Lange, Sam Neill, Jessica McNamee, Jeananne Goossen, Joey Klein, Joe Cobden.
Anno: 2012.
Voto: 4.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 26 luglio 2017

Il Vangelo secondo Matteo - Pier Paolo Pasolini (film drammatico)

Io non sono certamente un nostalgico, una di quelle persone che attribuisce lodi a qualcosa solo perché è vecchio, o perché porta una firma prestigiosa, e il film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini è una testimonianza in tal senso.

Intanto, la collocazione storica: siamo nel 1964, in piena guerra ideologica tra destra-sinistra, tra borghesi e proletari, e all’interno di tale contrapposizione duale ogni cosa era vista in termini di “lotta di classe”. Non a caso, fece scalpore, e non piacque alla sinistra di allora, che un loro cineasta realizzò un film su Gesù, ossia sulla “concorrenza”, come sottolineò allora il giornale L’Unità.

Contrapposizioni infantili, certamente, ma che suggeriscono l’impronta del film. Così come la suggerisce il fatto che il regista Pier Paolo Pasolini per il ruolo di Gesù volle il suo amico intellettuale di sinistra Enrique Irazoqui, il quale peraltro non ne voleva sapere di interpretare il ruolo del “nemico”, e fu convinto tramite il ricco cachet, che avrebbe potuto essere messo a disposizione della “lotta del popolo”, e tramite la prospettiva di realizzare un Gesù “gramsciano”.
Un abbrivio non troppo “spirituale”, diciamo.

Tutto ciò, tra l’altro, come se la cosa fosse innovativa o curiosa: Gesù in realtà è certamente personaggio proletario e popolare, e quindi avrebbe dovuto per forza essere messo a sinistra… questo almeno se tali contrapposizioni dualistiche avessero avuto un senso per lui, ma ovviamente non le avevano (e infatti Gesù invitava al non giudizio, ossia alla non divisione, alla non dualità).
Comunque, come Cristo e cristianesimo siano finiti per essere associati alla destra e non alla sinistra è uno dei misteri della storia.

Ma proseguiamo: date queste premesse, ne esce fuori un film per forza intellettuale, come lo era il suo regista e il suo attore principale. Intellettuale, dunque freddo e cerebrale. Citazionista al massimo, ma privo di forza interiore. Letteralmente privo.

Risultato questo non solo dell’energia motrice del film, ma anche del fatto di aver messo come protagonista il Gesù meno carismatico della storia.
Amico del regista, non un attore di professione, come tanti altri “attori” del film: anche in questo, forse, si voleva evidenziare una natura proletaria del film, visto che quasi tutti non erano attori professionisti, ma conoscenti del regista o gente del popolo.

Ancora sul “popolarismo”: molte scene sono doppiate con pesanti accenti regionali italiani, cosa che abbinata all’ambientazione completamente italiana del film da un lato rende assai difficile una collocazione palestinese della storia, e dall’altro dà a Il Vangelo secondo Matteo un’impronta molto italiana, e italian-popolare.
Lo stesso Enrique Irazoqui, ossia Gesù, se era figlio di padre spagnolo, era figlio anche di madre italiana, così come era italiana la giovane Maria, etc.

A proposito di Maria: la scelta dell’attrice che impersona Maria adulta dà l’idea dell’inaccuratezza del prodotto: ambientazione lontana da quella originale, attori non professionisti e peraltro non del Vicino Oriente, ma tutti italiani… e Maria adulta che sembra un’anziana di 60-65 anni in luogo della 46enne che avrebbe dovuto essere.

Ma tante altre cose del film sono a dir poco opinabili: per esempio, la scelta di piazzare i discorsi più famosi di Gesù uno di seguito all’altro, come fossero una collezione di dipinti, e ciò al di fuori delle scene di vita e di dialogo in cui sono collocati nei Vangeli.

O ancora, la passione è resa in modo frettoloso e ridicolo, come è ugualmente ridicolo il finale.

Ancora: il commento musicale spesso è messo a sproposito. Magari musicalmente bello, ma messo a sproposito, e spesso risulta essere soverchiante rispetto a immagini e parlato.

Ma la cosa peggiore, lo ripeto ancora, è che si vede che è un film fatto da un intellettuale: manca lo spessore spirituale di Gesù, ossia del personaggio spiritualmente evoluto che era, mentre il film è tutta teoria… per non dire che Gesù sembra un represso che non fa altro che mettersi a strillare.

Insomma, ne Il Vangelo secondo Matteo non si salva quasi niente. Appena qualche primo piano e qualche sfondo… e ovviamente i discorsi di Gesù, il cui senso però si perde nelle pieghe da predicatore di strada che ha assunto il film.

Ossia, il film ha perso tutto il senso del cristianesimo… ma d’altronde se lo è perso anche la Chiesa, per cui nulla di strano che se lo sia perso anche la “sinistra” degli anni "60.

Fosco Del Nero



Titolo: Il Vangelo secondo Matteo.
Genere: drammatico, religioso.
Regista: Pier Paolo Pasolini.
Attori: Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Settimio Di Porto, Otello Sestili, Ferruccio Nuzzo, Giacomo Morante,Giorgio Agamben, Ninetto Davoli, Paola Tedesco.
Anno: 1964.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.