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Nella vita bisogna avere il coraggio di volare

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L'unico posto in cui puoi trovare la forza è dentro di te

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Ogni tanto ricordati di amare qualcuno

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Se vuoi cambiare il mondo, inizia a darti da fare tu stesso

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Sai ancora sorprenderti dell'esistenza?

martedì 18 luglio 2017

Orwell 1984 - Michael Radford (film drammatico)

Suppongo che chiunque abbia un’età minima conosca 1984 di Orwell, avendone letto il libro o visto una delle varie conversioni cinematografiche.
Quest’oggi andiamo a vedere proprio una di esse… l’unica girata proprio nel 1984, ossia Orwell 1984.

La trama dovrebbe essere ben nota, ma la riporto ugualmente per sommi capi: scritta nel 1948, la storia di Orwell parla del futuro, di quel 1984 in cui il mondo, successivamente a vari conflitti nucleari, è diviso in tre grandi superpotenze: l’Oceania, l’Eurasia e l’Estasia.

La capitale dell’Oceania è Londra, ed è qua che si svolge il racconto, ed è qua che governa il Grande Fratello, una sorta di apparato totalitario che non tollera alcuna dissidenza e che lavora alacremente ogni giorno, praticamente in un regime di schiavismo diffuso, affinché le persone siano non solo controllate, ma abbiano sempre meno mezzi di resistenza e ribellione…
… a cominciare dalla ribellione interiore, ragion per cui si riscrive la storia, si cancellano certi nomi, si “rieducano” i dissidenti, si modifica la lingua parlata, etc.

Il protagonista della storia è Winston Smith (il sempre ottimo John Hurt; Oxford murders - Il teorema del delittoAlien, Hellboy, Harry Potter e la pietra filosofale, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo), un uomo qualunque che nutre alcuni dubbi sul sistema in cui vive.
Così la bella Julia (Suzanna Hamilton), una ragazza più giovane ugualmente dalle tendenze sovversive.

I due si innamorano e iniziano a frequentarsi in segreto, giacché il regime non tollera le unioni tra uomo e donna e sta lavorando anche per eliminare la famiglia (suona familiare?), visto ch’essa è considerata un ostacolo all’imposizione totale della dottrina del Grande Fratello.
Ma l’occhio del Grande Fratello è onnipresente, e i suoi agenti insidiosi, e i due saranno costretti a una dura prova.

1984 di Orwell è il simbolo della letteratura distopica, così come Utopia di Moro è il simbolo-fondatore di quella utopica.
Non c’è molto da dire sulla storia, se non che essa è monito per tutti… e monito attuale, non spostato secoli nel futuro.

Detto brevemente questo, passiamo al film, che conserva l’aria di oppressione, di povertà e di ineluttabilità del libro, e che propone l’ottima interpretazione di Hurt.

Numerose le differenze tra film e romanzo, ma tutto sommato trascurabili, dovute a dettagli, mentre l’anima della storia è integra, ciò che in una conversione filmica è la cosa più importante.

Tanto educativo quanto deprimente.

Fosco Del Nero



Titolo: Orwell 1984 (Nineteen eighty-four).
Genere: drammatico, psicologico, fantascienza, distopia.
Regista: Michael Radford.
Attori: John Hurt, Suzanna Hamilton, Richard Burton, Cyril Cusack, Gregor Fisher, James Walker, Andrew Wilde, David Trevena.
Anno: 1984.
Voto: 7.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 12 luglio 2017

Elysium - Neill Blomkamp (film fantascienza)

Dopo aver visto Discrict 9 (2009), non un capolavoro ma comunque un film originale e degno di visione, ormai guardo con interesse ogni film di Neill Blomkamp, di cui difatti avevo già visto il suo terzo film, Humandroid, (2015) piaciutomi comunque decisamente meno del primo.
Sono quindi passato al secondo, Elysium, girato nel 2013, sperando in miglior sorte.

Il successo di District 9 si è fatto sentire in questo secondo film, dotato di un budget e di mezzi decisamente maggiori, come di maggiori rilievo è anche il cast: i due protagonisti centrali sono Matt Damon (DogmaRounders - Il giocatore, La leggenda di Bagger VanceI guardiani del destino, Will hunting - Genio ribelle) e Jodie Foster (Una ragazza, un maggiordomo e una lady, Contact, Inside man, Il silenzio degli innocenti), mentre a fare da contorno abbiamo Alice Braga (Io sono leggenda, Predators, Repo man, La via lattea) e Diego Luna (Y tu mama también, Mister lonely, Dirty dancing 2).

Ecco in grande sintesi la trama di Elysium: siamo nella Los Angeles nel futuro, precisamente nel 2154, e siamo immersi nella povertà, nella sovrappopolazione e nell’inquinamento della Terra di quel periodo.
Mentre il popolo, la gente comune, è rimasta sulla Terra a lottare per la sopravvivenza, comuni operai accanto a criminali e disoccupati, l’élite dell’umanità si è trasferita su Elysium, una stazione orbitante a forma di stella parcheggiata a una certa distanza di sicurezza dal pianeta, e protetta dal Ministro della Difesa Jessica Delacourt, sorta di emblema della suddetta élite dominante, incurante delle sorti del popolino.

Sulla Terra, invece, in una Los Angeles ormai completamente bilingue, anglo-ispanica, cerca di tirare avanti Max Da Costa, operaio con numerosi precedenti penali, tanto da essere tenuto d’occhio dalla polizia, composta interamente di soldati robot (ovviamente molto simili ai robot di Humandroid).

Va da sé che, con tale disparità di tenore di vita, molti terrestri ambiscono ad arrivare su Elysium, ma il viaggio è vietato, e stroncato con forza: le navette illegali vengono distrutte, e chi riesce ad arrivare alla stazione orbitante arrestato e immediatamente riportato sulla Terra.

Nonostante i grandi rischi e il grande costo del viaggio clandestino, tanti cercano di arrivare comunque su Elysium, visto che la stazione possiede una tecnologia di guarigione praticamente universale, e praticamente istantanea (qui sì che siamo nella fantascienza).

Questa è la sorte che tocca allo stesso Max, che per via di un incidente sul lavoro viene bombardato da radiazioni tossiche e può essere guarito solo su Elysium… altrimenti morirà entro pochi giorni.
Ne deriva il viaggio organizzato insieme al suo amico Julio, nel quale verrà coinvolta suo malgrado anche la bella Frey, amica d’infanzia di Max e ora infermiera.

I temi di Elysium sono più o meno gli stessi degli altri due film: una società tecnologicamente più avanzata di quella attuale ma socialmente meno evoluta, con tanti contrasti e tanta violenza. La polizia è robotizzata e violenta essa stessa, tanto che siamo sull’orlo della distopia.
In mezzo a tanta tecnologia, spuntano però dei sentimenti… e ovviamente alcuni ribelli a cui le cose non stanno bene come sono.

Ho già detto del budget superiore: Elysium stacca di gran lunga District 9, ma purtroppo non basta avere più soldi per ottenere un film migliore, tanto che i due se la giocano più o meno alla pari: District 9 prevale per un’idea di fondo decisamente più originale e intrigante, mentre Elysium si fa preferire forse per una tensione scenica maggiore, dovuta anche a un cast di attori nettamente superiore.

In generale, possiamo dire che gli effetti speciali sono convincenti, l’azione pure, lo sfondo socio-politico anche, seppur molto semplificato e per tanti versi naif, e anche le relazioni umane e i drammi risultano interessanti… anche se al film manca qualcosa, proprio come agli altri due.
Qualcosa a livello di atmosfera generale, di complessità del mondo narrato. La mia impressione è che il film sia registrato su uno sfondo superficiale, quasi fosse un cartone disegnato, e non all’interno di un mondo vero e proprio, credibile nella sua ampiezza.

Il mio preferito è ancora District 9, seppur di poco, ma di sicuro Elysium si fa preferire a Humandroid, almeno dal mio punto di vista.

Fosco Del Nero



Titolo: Elysium (Elysium).
Genere: fantascienza, drammatico, azione.
Regista: Neill Blomkamp.
Attori: Matt Damon, Jodie Foster, Sharlto Copley, Alice Braga, Diego Luna, Wagner Moura, William Fichtner, Talisa Soto, Michael Shanks.
Anno: 2013.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 11 luglio 2017

Momo alla conquista del tempo - Enzo D’Alò (film fantastico)

Di recente stavo discutendo con una persona del basso livello dell’animazione italiana, non solo se confrontata con mostri sacri come Giappone e Stati Uniti, ma anche se messa di fronte all’animazione dei nostri vicini francesi, tanto per dire, che ci fanno le scarpe, potendo vantare prodotti di livelli ottimo come I figli della pioggiaAzur e Asmar, La bottega dei suicidi, e tanti altri.

Da noi, viceversa, c’è davvero poca roba, e una delle poche cose presenti è Momo alla conquista del tempo, che peraltro non è storia originale, ma una conversione cinematografica, e non di un romanzo italiano, ma tedesco, ossia Momo di Michael Ende

Tra l’altro, si è andati a pescare una storia difficile, che da un lato, come è tipico con Ende, è storia per bambini, ma che dall’altro lato contiene temi esistenziali di una certa portata: vita, tempo, veglia, addormentamento, “signori grigi”…

Pane davvero poco adatto al cinema italiano, e specie a quello di animazione, per cui tradizionalmente i cartoni sono per bambini e basta.
Infatti, duole dirlo, Momo alla conquista del tempo è un prodotto davvero mediocre, e anzi men che mediocre.

Intanto, per il livello grafico: il film è del 2001, periodo in cui altri autori e paesi hanno sfornato film d’animazione di alto livello (per dirne una, è del 2001 il capolavoro La città incantata), e invece noi sforniamo una prodotto davvero scarso dal punto di vista tecnico…

… e inoltre lo impoveriamo dei suoi contenuti esistenziali, facendone una storiella per bambini, per l’appunto, con un tono assai naif, laddove nel libro si respirava una certa inquietudine, e si intuivano certi messaggi per precisi.

Sono state poi effettuate delle modifiche rispetto al libro: nomi cambiati, situazioni cambiate, atmosfera cambiata.

Insomma, davvero non ci siamo.
Con tutto che il romanzo Momo non mi aveva fatto impazzire, specie se messo a confronto con l’opera principale di Michael Ende, ossia La storia infinita, eppure questo film non gli rende affatto giustizia.

A dirla tutta, solo il disegno di Momo basta a bocciare questo lavoro.
Senza contare che nel film essa è una bambina qualunque, mentre nel romanzo è introdotta in modo ben diverso.
Ma vabbé, si voleva fare un prodotto d’animazione infantile, come sempre qua da noi, e lo si è fatto a dispetto dell'opera originale.

Anche sul versante audio siamo messi male: doppiaggio non all’altezza, e colonna sonora fuori luogo.
Peccato.

Fosco Del Nero



Titolo: Momo alla conquista del tempo.
Genere: animazione, fantastico.
Regista: Enzo D’Alò.
Anno: 2001.
Voto: 4.
Dove lo trovi: qui.

martedì 4 luglio 2017

Non è mai troppo tardi - Rob Reiner (film commedia)

Quest’oggi vi propongo il film di Non è mai troppo tardi, girato nel 2007 e diretto da Rob Reiner, che mi ricordo per il mitico La storia fantastica.

Si tratta di un film a metà tra commedia e drammatico: è commedia giacché i due protagonisti, Morgan Freeman e Jack Nicholson, non fanno altro che farsi battute a vicenda, punzecchiarsi e divertirsi; ed è drammatico perché in esso si affrontano argomenti seri e dolorosi, come la malattia e la morte.
E anche le difficoltà relazionali, ma questo più di striscio.

Veniamo alla trama sommaria del film, che dura circa 90 minuti (il film, non la trama sommaria, state tranquilli): Carter Chambers (Morgan Freeman; A spasso con Daisy, Le ali della libertà, Lucy, Una settimana da Dio, Un'impresa da Dio) è un uomo sereno e tranquillo, assai colto e anche saggio, pur nel suo ruolo sociale modesto; invece Edward Cole (Jack Nicholson; Le streghe di Eastwick, Qualcosa è cambiato, L’ultima corvè, L’onore dei Prizzi, Shining, Qualcuno volò sul nido del cuculo) è un uomo di grande successo, estremamente ricco e altrettanto burbero. 
Il caso vuole che i due si trovino nella stessa stanza di ospedale, entrambi alle prese con una grave malattia, che lascerà a entrambi poco tempo di vita.

I due uomini decidono quindi di vivere al massimo i mesi che rimangono loro, mettendo a buon frutto il capitale di Edward, visitando mezzo mondo e facendo tutte le cose che avrebbero voluto fare prima di morire.

Non è mai troppo tardi si compone in pratica di due elementi.
Il primo è la coppia Morgan Freeman-Jack Nicholson, che funziona. D’altronde, sono due grandi attori, e sono credibili nel loro rapporto esperienziale e ridanciano (tra i due si inserisce ogni tanto Sean Hayes, il coprotagonista della serie tv Will & Grace).

Il secondo è la varietà scenografica del film, cosa che gratifica l’occhio dello spettatore: si va dalle Piramidi al Taj Mahal, nonché su montagne innevate e in tanti altri posti.

Dunque, ci si diverte abbastanza, e vi è bellezza visiva… vi sarebbe anche una terza componente, ma a mio avviso è la meno riuscita delle tre: il film vorrebbe essere anche didattico, uno di quei film con una morale e un senso profondo, ma in questo non riesce, nel senso che si limita a luoghi comuni e all'ugualmente comune "viviamo la vita per quanto ci è possibile", senza essere davvero evolutivo.
Ma magari qualcuno avrà pur bisogno di tale livello comunicativo e ne sarà ispirato, per cui ok.

Di mio, mi limito alla componente umoristica, discreta, e a quella visiva, interessante e variopinta, anche se al film essenzialmente manca una sceneggiatura importante nonché dei contenuti rilevanti per essere un film di grande spessore.

Comunque, Non è mai troppo tardi è un prodotto sufficiente-discreto, per chi volesse…

Fosco Del Nero



Titolo: Non è mai troppo tardi (Never too late).
Genere: commedia, drammatico.
Regista: Rob Reiner.
Attori: Jack Nicholson, Morgan Freeman, Sean Hayes, Beverly Todd, Rob Morrow, Alfonso Freeman, Serena Reeder.
Anno: 2007.
Voto: 6.5.
Dove lo trovi: qui.

mercoledì 28 giugno 2017

Toto le heros - Un eroe di fine millennio - Jaco Van Dormael (film drammatico)

Come sempre, non mi ricordo minimamente come sono arrivato al film in questione, anche perché solitamente tra un appunto o un consiglio e la visione del film in questione passano molti mesi… anche se forse è per via del regista, quel Jaco van Dormael che in seguito avrebbe diretto gli interessanti e originali Mr. Nobody e Dio esiste e vive a Bruxelles.
Ad ogni modo, in qualche modo sono arrivato a Toto le heros - Un eroe di fine millennio, per cui ora ve lo presento. 

Toto le heros - Un eroe di fine millennio è un film belga-francese-tedesco del 1991, e non si presenta certamente come un film ad alto budget, ma anzi come un film piuttosto alla buona, che propone però alcuni elementi di originalità.

Anche se, a dire il vero, le premesse sono davvero poco originali, e anzi si basano su dei cliché visti e rivisti.

Uno di questi è il classico scambio di neonati in ospedale, da cui il susseguente scambio di vite tra il bambino che ha “ricevuto” una certa famiglia, e l’altro bambino che ha ricevuto l’altra famiglia.

Il secondo topos è l’amore tra fratello e sorella, anche se in questo caso non si va nell’incestuoso, ma si rimane nel platonico, dal momento che i due protagonisti sono ancora bambini, lui soprattutto.

Il terzo elemento classico è il fatto che i figli rimangono orfani di padre, con tutte le difficoltà che ne conseguono.
Tra di esse, va sottolineata quella di un bambino down, Celestino, mentre la coppia di sorella e fratello innamorati è formata da Alice e da Thomas.

A completare il quadro dell’infanzia, oltre alla madre, è Alfred, bambino vicino di casa con cui Thomas non ha certamente un buon rapporto, dal momento che il primo prende in giro il secondo.

Il cast dei personaggi si completa più avanti nel tempo, con l’ultratrentenne Evelyne, che un giorno conoscerà il Thomas adulto.

Difatti, il film si dipana su diversi binari temporali. Tre essenzialmente: il protagonista centrale, Thomas, è o bambino o adulto o anziano, con i tre binari che si intersecano di continuo, e anzi a volte si sovrappongono anche a livello di sonoro, sfumando l’uno nell’altro.

Il film non ha una trama sostanziosa, e si gioca soprattutto sulle difficoltà familiari, sull’amore tra fratello e sorella, nonché sul desiderio di vendetta del Thomas anziano, che ce l’ha ancora con Alfred, per vari motivi che non cito in questa sede.

Anzi, la voce narrante della storia è proprio quella del Thomas anziano, che in qualche modo ripercorre le fasi salienti della sua vita, e in ciò le fa vivere anche a noi.

Ai ricordi del passati inoltre si affiancano ogni tanto delle scene di fantasia con rielaborazioni della vita reale secondo i desideri del protagonista… solitamente violenti.

Toto le heros - Un eroe di fine millennio è un film che ha una qualche vivacità, ma alla fine della fiera è un filmetto, che non ha elementi innovativi e che per tanti versi è fiacco, privo di bellezza.
La cosa più notevole è la prova della bambina-ragazzina, e anche la canzoncina di sottofondo in francese, che imperversa letteralmente in tutto il film, era carina.

Fosco Del Nero



Titolo: Toto le heros - Un eroe di fine millennio (Toto le heros).
Genere: commedia, drammatico, sentimentale, surreale.
Regista: Jaco Van Dormael.
Attori: Michel Bouquet, Thomas Godet, Mireille Perrier, Michelle Perrier, Jo De Backer, Thomas Godet, Gisela Uhlen, Pascal Duquenne.
Anno: 1991.
Voto: 5.
Dove lo trovi: qui.

martedì 27 giugno 2017

Bull Durham - Un gioco a tre mani - Ron Shelton (film commedia)

Il film cui è dedicata la presente recensione è Bull Durham - Un gioco a tre mani, un film di qualche anno fa con protagonista un trio di buoni attori: Susan Sarandon, Kevin Kostner e Tim Robbins.

Ecco la trama: Ebby Calvin Laloosh (Tim Robbins; Allucinazione perversa, Mister hula hoop, Un viaggio inaspettato, La vita segreta delle parole) è un giocatore di baseball di grande potenziale, ma non ha né testa né disciplina. Per valorizzarlo al meglio, la società offre un contratto al veterano Crash Davis (Kevin Kostner; Vizi di famiglia, Il segno della libellula - Dragonfly, L'uomo dei sogni), giocatore con grande esperienza nella serie B, e soprattutto persona con la testa sulle spalle, che dovrà fare da chioccia per il suo più giovane collega.
Anche se egli non sarà l’unico a prendersi cura di Laloosh, dal momento che Annie Savoy (Susan Sarandon; Alfie, The Rocky horror picture show, Le streghe di Eastwick, Prima pagina), sorta di manager della squadra, si prenderà cura di lui ancora più da vicino, come usa fare con un atleta ogni anno, e quell’atleta inevitabilmente avrà una grande stagione… 

Bull Durham - Un gioco a tre mani ha come sfondo il baseball, ma in realtà non è un film di genere sportivo, dal momento che lo sport serve solo a mettere in scena le vicende dei vari protagonisti.

Che, stringi stringi, sono solo i tre descritti nella sintesi: tutto si riduce al triangolo tra Annie, Crash e Ebby, col resto che configura solo dettagli di trascurabile interesse.

Essenzialmente, siamo di fronte a una commedia con delle venature sentimentali, ma il primo elemento è nettamente prevalente.

Altro elemento caratteristico del film: è infarcito di elementi new age, ma in modo decisamente pacchiano: lungi dall’essere un film con contenuti esistenziali, si limita a collezionare banalità e cose prive di sostanza.

Nell’arco dei circa cento minuti della pellicola, ci sta anche qualche battuta di spirito, e in effetti il film fa compagnia, è gradevole, pur senza avere una particolare profondità e senza rimanere memorabile.

Insomma, potete tranquillamente fare a meno di Bull Durham - Un gioco a tre mani, ma sappiate che non è malaccio.

Fosco Del Nero



Titolo: Bull Durham - Un gioco a tre mani (Bull Durham).
Genere: commedia, sentimentale.
Regista: Ron Shelton.
Attori: Kevin Costner, Susan Sarandon, Tim Robbins, Trey Wilson, Robert Wuhl, Tom Silardi, David Neidorf, William O'Leary, Henry G. Sanders.
Anno: 1988.
Voto: 6.
Dove lo trovi: qui.

martedì 20 giugno 2017

Allucinazione perversa - Adrian Lyne (film psicologico)

Ormai parecchio tempo fa avevo visto e recensito Allucinazione perversa, solo che probabilmente avevo per sbaglio cancellato la recensione, cosa che mi dispiacque per il valore del film e per quanto il testo poteva essere utile, così a distanza di un po’ di tempo me lo sono rivisto e l’ho ri-recensito.

Cominciamo partendo dal titolo: chi ha motificato l’originale “Jacob’s ladder” nell’italiano “Allucinazione perversa” andrebbe radiato da qualunque lavoro comunicativo, nel cinema o nell’editoria.
Non gli dovrebbero nemmeno far aprire un blog, per quanto il titolo svia l’attenzione e fa sembrare una cosa come un’altra.

Diciamo poi che non ci si aspetterebbe certo un film così simbolico, al contempo così oscuro e così pieno di luce, dal regista di film patinati e sensuali come Flashdance, Nove settimane e mezzo, Lolita e Proposta indecente… film che non ho mai visto ma che ovviamente conosco di fama.

Veniamo ora al film, che prima riassumerò a livello di trama, e poi riassumerò a livello di contenuti e simbolismi.
Jacob Singer, ex caporale dei Marines, è un reduce del Vietnam, ed è uno di quei reduci messi male: dopo la guerra, nonostante una laurea in filosofia e una mente brillante (veniva chiamato “il professore” dai suoi commilitoni), si mette a fare il postino per non dover usare la mente, giacché ha ricordi brutti e confusi riguardo alla guerra… specialmente di un giorno, in cui successe una carneficina e lui stesso fu gravemente ferito.
Dopo la guerra, inoltre, ha lasciato la moglie Sarah e i due figli Jed ed Elia, e si è messo con Jezebel, sua collega alle poste.
All’improvviso, egli sta male, sia fisicamente che interiormente, e inizia a vedere demoni ovunque, anche nel volto della sua compagna Jezebel, e dopo aver scoperto che la stessa cosa succedeva anche ai suoi ex commilitoni, inizia a indagare su cosa il governo degli Usa ha loro somministrato durante la guerra… ma in questo viene “scoraggiato” da alcuni uomini dall’aria di gangster.

Detto così, Jacob’s ladder (mi rifiuto di chiamarlo col nome italiano) sembra un film drammatico di genere antimilitarista, e con qualche contenuto horror causato dalle turbe psicologiche derivanti dalle sostanze psicotrope assunte durante la guerra…
… ma l’antimilitarismo è solo una scusa, e in realtà il film ha contenuti esistenziali e simbolici.
Tanto che ricorda il più brillante Cronenberg, quello del Il pasto nudo o Existenz, ma se è forse meno immaginifico, è decisamente più simbolico.
Quasi tutto, anzi, nel film ha una sua simbologia, e andiamo a vedere.

Partiamo dal titolo: “Jacob’s ladder”, ossia "la scala di Giacobbe", riferimento biblico a un sogno di Giacobbe e riferimento esistenziale al percorso spirituale di ascesa… e infatti lo stesso protagonista si chiama Jacob.

Le due protagoniste femminili invece sono Jezebel, anch’esso nome biblico, Gezabele, di origini incerte ma comunque associato a qualcosa di maligno o di insinuante, e infatti la donna del film è scura di carnagione, bruna di capelli e sensuale, e Sarah, sorella e moglie di Abramo, madre anziana e miracolata di Isacco, uno dei grandi patriarchi, la quale infatti è chiara di pelle, bionda e decisamente più rassicurante e materna. E difatti la prima è amante, mentre la seconda è madre. I figli di Jacob, inoltre, si chiamano Jed (Jedidiah, “amato da Yahweh”), Elia (il noto profeta), e Gabe (Gabriel, l’arcangelo), a conferma che l’ambientazione biblico-esoterica non è casuale.

Cosa peraltro certificata dal nome del sceneggiatore: Bruce Joel Rubin, che leggo su internet essersi interessato a spiritualità e meditazione, essere andato in Tibet ed India, e aver vissuto per un certo tempo in un monastero nepalese.
Quanto al protagonista Jacob, egli è laureato in filosofia, e anche qui siamo in tema conoscenza-sapienza-mondo interiore.

Il film chiarisce subito che si sta parlando di percorso evolutivo, ossia di risveglio, e infatti i primi personaggi che si scorgono, a parte il protagonista Jacob, sono persone mezzo addormentate, che paiono sonnambule: sono nel vagone di un metropolitana (un oggetto che percorre un percorso nel buio, e in cui poco dopo manca la luce, due simbologie in una) e sembrano mezzi morti… come peraltro è lo stesso Jacob, e infatti sono sue proiezioni, come si capirà dopo.

In quel vagone di metropolitana, peraltro, Jacob si risveglia: prima era addormentato, e ora vede mezzo addormentati quelli che ha intorno, a cominciare da una signora il cui volto assente è tutto un programma. 
A certificare la cosa, poco dopo Jacob dice: “Mi sono addormentato”.

Sempre sul tema veglia-sonno, Jacob torna a casa e dice al cane: “Ciao, Chester, torna a dormire. Hai di nuovo l’insonnia?”.
Più avanti, invece, in una scena si sente una voce che dice, parlando di Jacob: “Sta sognando”.
Ancora, Jezebel gli chiede “C’è nessuno in casa?”, e poi esclama “Se ci siete rispondete!”.
Non è finita, perché a un certo punto Jacob stesso si chiede: “Sono morto, vero?”.
E poco più vanti una voce glielo conferma: “Tu sei morto”.

Veniamo ora al settore “diavoli”.
Si comincia inquadrando, a inizio film, una mela e l’inferno, riferimento al mito dell’Eden e del serpente-diavolo.
Nel vagone della metropolitana Jacob vede che un barbone sdraiato ha una specie di coda rettiloide-demoniaca.
Poi, persosi nei tunnel della metropolitana (se non era chiara la metafora del vagone che percorre il cammino-tunnel tenebroso della metro, ecco che Jacob scende a piedi proprio in quei tunnel, e ci si perde) vede passare un vagone con tante persone addossate ai vetri, anch’esse tipo zombie, e una di queste, dagli occhi illuminati-diabolici, gli fa un segno con il braccio.
Più avanti una macchina tenta di investirlo, e dentro ci sono quegli stessi individui demoniaci del vagone della metropolitana (cioè, non so se fossero proprio gli stessi, ma ci somigliavano).
Lo stesso Jacob, parlando di loro, dirà in un momento di sconforto a Jezebel: “Sembrano dei diavoli”. 
Ancora, egli vede una donna con delle escrescenze in testa tra i capelli, simili a piccole corna.
E soprattutto, durante una festa, precisamente durante un ballo di gruppo abbastanza scatenato, si intravedono strani figuri, alcune persone fanno strane espressioni, volano corvi, molti sembrano impegnati in una specie di orgia collettiva, Jezebel compresa, e poi alcuni divengono mostri-demoni… e Jacob infine sviene.
A contorno del tutto, si inquadrano libri su sabbath, su demoni, sul male, su pentacoli e riti, nonché la Divina Commedia (lo so, va di moda metterla in mezzo, ma in effetti è stata scritta da uno “addentro”).

Passiamo ora al lato opposto, quello “angelico”.
Il massaggiatore-fisioterapista di Jacob è Louis, che gli sistema la schiena ma in realtà sembra più sistemargli l’anima e fungere da angelo custode… raggi di luce compresi.
Peraltro, notate che nella schiena risiedono i vortici dei chakra, e che sistemare l’una significa sistemare gli altri… e che nella stessa Bibbia c’è scritto di “preparare la via del Signore e di raddrizzare i suoi sentieri”, con riferimento proprio al percorso d'illuminazione dei chakra.
Jacob dice all’amico che sembra il suo angelo: “Lo sai, Louis, che sembri un angelo?”.
E non a caso a conferma della cosa più avanti Louis gli dice “Alleluia”.
E, sempre non a caso, è Louis a salvarlo dall’“ospedale” in cui era finito.

Sempre non a caso, è proprio Louis che rivela a Jacob il senso di quello che stava vivendo, e a noi il senso del film, ben prima che il finale lo mostri con chiarezza per quelli che non lo avevano capito in modo più sottile: Jacob’s ladder parla del purgatorio interiore e del passaggio dall’inferno al paradiso, che sono essi stessi interiori, ossia stati di consapevolezza.
Ergo, anche gli abitanti del primo, i diavoli, e del secondo, gli angeli, sono nostre proiezioni, e dipendono da noi.
Il film intero rappresenta la battaglia interiore, una sorta di battaglia energetica, di salto di consapevolezza, del protagonista, che si dibatte nei suoi demoni e nelle sue paure personali, in primis l’attaccamento. 

Louis glielo dice citando Meister Eckhart, il teologo mistico tedesco del 1300: “La sola cosa che brucia all’inferno è la parte di te che rimane aggrappata alla vita.”

E Louis aggiunge: “I ricordi, gli affetti… ti bruciano via tutto.
Non lo fanno per punirti, ma per rivelarti l’anima.
Se abbiamo paura di morire e ci aggrappiamo di più alla vita, vedremo i diavoli strapparcela via. Ma se raggiungiamo la pace, i diavoli diventeranno degli angeli, e ci liberano dalle cose umane.
È solo un problema di approccio.”

Si sta parlando dunque di eventi interiori, di uno scatto di consapevolezza interiore: il resto è tutta sceneggiatura dello spirito, potremmo dire.

La scena finale lo mostra con chiarezza: Jacob è stato per tutto il temo sdraiato sul lettino di un ospedale da campo in Vietnam, mentre un dottore cercava di salvarlo, ma invano… muore lì.
E che il resto sia stato tutto un suo percorso interiore è mostrato anche dalla scena precedente in cui Jacob e suo figlio Gabe, quello morto, salgono al piano di sopra di un appartamento, tra raggi di luce. 
Gabe dice al padre: “Ora saliamo, papà”.
Salire per l’appunto sulla scala di Giacobbe, la scala evolutiva, dopo che Jacob-Giacobbe si è distaccato dai suoi attaccamenti terreni… e quindi può salire di livello, per così dire, passando dalle tenebre alla luce.

Jacob’s ladder è un gran film… e non a caso a posteriori è quello di Adrian Lyne che si è conservato meglio e che è stato apprezzato alla distanza, mentre gli altri hanno perso ben presto il loro successo del momento: questo perché Jacob’s ladder-Allucinazione perversa ha un suo senso interiore.

Anche le scene disturbanti del film, che sono abbastanza (il finto ospedale, il ballo durante la festa, i volti degli uomini-demoni sulla metro o in macchina, l’amante il cui volto si trasfigura), non sono fini a se stesse, ma funzionale a dipingere il quadro interiore del protagonista, che si agita tra le tenebre e la ricerca dalla luce, che trova alla fine.

Insomma, si tratta di un film ben fatto con contenuti importanti, la cui visione è davvero raccomandata.

Fosco Del Nero



Titolo: Allucinazione perversa (Jacob’s ladder).
Genere: drammatico, thriller, psicologico, esistenziale, grottesco.
Regista: Adrian Lyne.
Attori: Tim Robbins, Elizabeth Peña, Danny Aiello, Pruitt Taylor Vince, Matt Craven,Jason Alexander, Macaulay Culkin, Ving Rhames, Eriq La Salle.
Anno: 1990.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.